Rieditare l’eredità

Una conversazione con Emanuela Frattini Magnusson, figlia di Gianfranco Frattini, che sulle orme del padre ha intrapreso una carriera nel mondo del design e dell’architettura; e ripercorrendone la storia ha dato vita a nuovi progetti che ne celebrano – e attualizzano – la memoria e la portata culturale

Emanuela Frattini Magnusson
Emanuela Frattini Magnusson

Figlia d’arte, di quel Gianfranco Frattini che ha contributo, tra gli anni ’50 e ’60, a definire la storia del Design italiano. Da lui ha ereditato la passione per il progetto e un approccio che potremmo definire etico e pragmatico. Come lui, si muove fluidamente “dal cucchiaio alla città”, ma geograficamente fra Milano, Londra e New York, dove ha fondato il suo studio multidisciplinare EFM Design e dove, nel corso degli ultimi 20 anni, ha collezionato esperienze di primo livello con il MoMA, Bloomberg, Related Companies. A quel padre con cui ha mosso i primi passi nella professione dedica oggi insieme al fratello un archivio storico digitale: un progetto culturale da cui sono nate diverse riedizioni di prodotti storici in collaborazione con aziende italiane. Abbiamo incontrato ‘virtualmente’, dalla sua casa di New York, Emanuela Frattini Magnusson.

È stato da poco completato il nuovo sito web dedicato all’architetto Gianfranco Frattini che contiene la digitalizzazione dell’archivio storico delle sue opere. Quali gli obiettivi?
Da tempo io e mio fratello avevamo deciso di intraprendere questo progetto dal momento che sentiamo la responsabilità di salvaguardare questo materiale di archivio: volevamo pertanto organizzarlo e renderlo accessibile; il primo passo è stato metterlo online con una duplice funzione: sicuramente di consultazione e informazione, ma anche per rendere omaggio al lavoro di nostro padre, che era conosciuto per alcuni pezzi di design, ma in realtà il suo portfolio di progetti è molto più ampio. L’intento è di pubblicare il suo iter professionale, dal product design – quindi mobili e oggettistica – fino agli interni e l’architettura. Le potenzialità quindi diventano infinite: l’archivio digitale diventa un documento aperto a chiunque sia interessato a capire se un pezzo che possiede o che vuole acquistare, attribuito a Gianfranco Frattini, sia autentico o meno; per noi è un’opportunità di interazione con il mondo del vintage e con chi si occupa della distribuzione di pezzi storici. Ci capita spesso infatti di essere contattati con immagini di prodotti che noi non abbiamo in archivio perché non tutto è stato documentato (sicuramente ci sono prototipi o pezzi fatti per progetti che non esistono più, ma i mobili sono sopravvissuti o esistono ancora in foto); Possiamo dare un’opinione di expertise in merito all’autenticità in base a quello che sappiamo della storia, metodologia e estetica di nostro padre.

Turner by Poltrona Frau, Design Gianfranco Frattini

Turner by Poltrona Frau, Design Gianfranco Frattini

Agnese by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Sesann by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Giulia by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Oliver by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Agnese by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Sesann by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Giulia by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
Oliver by Tacchini, Design Gianfranco Frattini - Photo © Andrea Ferrari
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Sulla scia di questo processo sono nate le recenti riedizioni in collaborazione con brand del design contemporaneo?
È stata un’evoluzione parallela e indipendente. Siamo stati direttamente contattati dalle aziende, come Tacchini, Poltrona Frau, Acerbis. Per noi è iniziata come un’operazione culturale, di rispetto e di omaggio al lavoro di nostro padre. La prima a contattarci, nel 2014, è stata Tacchini, che ha scoperto la poltroncina poi chiamata Agnese da un rivenditore di mobili d’epoca in Brianza; sono risaliti a noi chiedendoci se fosse possibile rimetterla in produzione e da lì è iniziata questa bella collaborazione che prosegue tuttora.

Un paio di anni dopo l’architetto Marco Romanelli, un caro amico che è mancato recentemente nonché grande conoscitore e storico del design che per anni ha seguito la collezione delle Icone di Poltrona Frau, suggerì una reintroduzione della libreria Albero, il primo pezzo rieditato dall’azienda, a cui è seguita la libreria girevole Turner e lo scorso anno il tavolo Kyoto, oggi proposto tinto nero, oltre al faggio, finiture con cui era stato concepito già all’origine negli anni ’70: assolutamente senza tempo.

Maestro by Acerbis, Design Gianfranco Frattini

Maestro by Acerbis, Design Gianfranco Frattini

Come evolverà il progetto dell’archivio?
Abbiamo un grande progetto in serbo che si sta consolidando: siamo stati contattati da un’agenzia, di base in Danimarca e Stati Uniti, che rappresenta gli archivi di designer storici; da poco hanno iniziato una collaborazione per una parte dell’archivio di Charles e Ray Eames, e per noi si occuperanno delle nuove partnership. Nostro padre ha un archivio di prodotti talmente vasto e talmente attuale che per noi sarebbe una grande soddisfazione vedere le sue creazioni di nuovo in vita, vederle circolare in ambienti progettati oggi.

Quali fattori definiscono il processo di una riedizione?
Necessariamente deve esserci un’affinità culturale e di intenzione con l’azienda con cui si collabora: chi ci contatta o si rivolge ad Archivi di designer storici lo fa certamente per un interesse prima di tutto valoriale e di valorizzazione della storia del design. L’originalità del pezzo è poi in linea di massima mantenuta, ma sono anche dell’idea che a certe modifiche richieste dalle tecnologie o necessità oggettive attuali anche mio padre avrebbe acconsentito. Il divano Sesann, ad esempio, era storicamente molto basso: con Tacchini lo abbiamo quindi alzato di due centimetri, fattore che non ne cambia l’estetica ma lo rende più fruibile. Le imbottiture poi oggi si fanno con schiumati diversi, più durevoli ed ecologici; ed è importante anche effettuare una ricerca su finiture e tessuti: sono aspetti che rendono i prodotti più attuali e perciò vivibili, senza nulla togliere all’intenzione originale del design.

Boalum by Artemide, Design Gianfranco Frattini - Photo © Federico Villa

Boalum by Artemide, Design Gianfranco Frattini – Photo © Federico Villa

Elementi della storia accostati alla contemporaneità li troviamo sempre più nelle collezioni stesse delle aziende quanto più nei progetti di interior. Il motivo secondo lei?
Credo sia la naturale continuazione di fenomeni da sempre successi. Se guardiamo ad Artek, Vitra o Knoll, certi pezzi di Mies van der Rohe, Eero Saarinen, Charles e Ray Eames non sono mai usciti di produzione, sono classici sopravvissuti dagli anni ’30, ’40, ’50 fino ad oggi, utilizzati in moltissimi progetti. Loro in un certo senso hanno aperto le porte alla riscoperta di altri designer, meno visti ma ugualmente rappresentativi di quelle epoche. E così le aziende si sono rivolte agli archivi di quel periodo in cui trovare prodotti da rieditare. C’è poi un altro motivo, il fatto che oggi viviamo in un mondo molto più fluido ed eclettico rispetto al passato, quando si progettava in modo più rigoroso e dove tutto doveva aderire a un certo stile o canone estetico. E come sempre quello che succede negli interni discende anche da ciò che accade nella moda (seppur con una durata ben più lunga rispetto ai rapidi cicli del mondo fashion): oggi è naturale indossare una t-shirt di Gap con una gonna di Prada o un vestito vintage con una giacca moderna. Si è molto più liberi di abbinare differenti periodi, stili, materiali. E così anche accade nell’interior: emerge il desiderio di personalizzazione, di introdurre elementi unici.

Parlando di contaminazioni, lei è un architetto che per formazione ed esperienza è a metà fra Milano e New York…
Esatto. Culturalmente mi sono formata in Italia: mi sono laureata a Milano, ho lavorato con mio padre durante gli studi e poi brevemente con Matteo Thun; ho quindi imparato la professione in quel periodo, un contesto in cui gli architetti in Italia si dedicavano maggiormente al percorso mentale del design senza preoccuparsi troppo di specializzarsi su una certa scala o una certa tipologia. Ho lavorato a Londra per un paio d’anni e infine negli States: arrivata a New York non avevo clienti quindi ho iniziato mettendo in produzione i miei prodotti, andando nelle fiere per promuoverli, e da lì ho avviato una collaborazione con il MoMA; poi sono arrivati i primi progetti e via via sempre più interni e product design. Dopo una ventina d’anni l’esperienza mi ha portato a ricoprire di fatto il ruolo di Creative Director, fino all’opportunità di lavorare per Bloomberg come Global Head of Design. In seguito a quell’esperienza negli ultimi anni ho infine lavorato per Related, società di Real Estate Development, responsabile del progetto Hudson Yards a New York. Lungo tutto questo percorso ho sempre cercato di seguire quella professione che qui definiscono “design studio”. In America la grande scissione è fra architetti che fanno “core & shell”, e chi fa gli interni: una distinzione su cui non concordo, perché quando si ragiona su un edificio bisogna pensarlo nella sua totalità, quindi al suo uso per capire come modulare gli interni. Un modo di pensare che sta fortunatamente cambiando, tanto che molti grandi studi di architettura stanno integrando un dipartimento di interni.

Propeller® Training Tables by Knoll, Design Emanuela Frattini Magnusson

Propeller® Training Tables by Knoll, Design Emanuela Frattini Magnusson

Figlia d’arte, ha mosso i primi passi nel design insieme a suo padre. Qual è – professionalmente parlando – l’eredità che le ha lasciato?
Mio padre diceva sempre che non iniziava un progetto con dei canoni stilistici predeterminati, ma solo con l’idea di fare la cosa giusta per quel progetto. Credo che questa impostazione sia quanto più mi sia rimasto. Insieme a quell’approccio che guarda alla grande e piccola scala in egual modo, riconoscendo che entrambe sono fondamentali e l’una influisce sull’altra. La generazione di mio padre era cresciuta con il motto “dal cucchiaio alla città”, motto che per me è sempre valido.