Percorsi naturali

Incontro con Alberto Caliri, direttore artistico di Missoni Home, per parlare della nuova collaborazione del brand con Roda e dei (molti) punti di contatto tra il mondo della casa e quello del tessuto

Alberto Caliri, Missoni Home – Photo © Agostino Osio
Alberto Caliri, Missoni Home – Photo © Agostino Osio

La tua storia con Missoni è lunga: prima hai seguito la parte moda, poi la casa. Per la Milano Design Week 2024 avete avviato una collaborazione con Roda, con una piccola collezione outdoor. Qual è il tuo percorso?
Sono nato a Sorrento, a 18 me ne sono andato e ho fatto l’Istituto d’Arte – mi piacevano i colori quindi mi sono subito interessato al tessuto. Sono venuto a Milano dove ho frequentato lo IED: è servito perché ho iniziato a conoscere la città, a lavorare da subito lavorando nella moda. È stato un momento molto dinamico, stavo sei mesi, un anno in un posto e poi cambiavo. Ho fatto moda uomo, donna, quaderni di tendenza. E dipingevo: un amico che stava aprendo una grande discoteca mi aveva commissionato 40 tele di due metri per due, la mattina andavo a a scuola e poi, Walkman acceso, dipingevo tutta la notte. Adesso non potrei.

Missoni “En Plein Air”, installazione per la MDW 2024
Disegno di Alberto Caliri

Quali sono state le tappe chiave di questo percorso?
Un passaggio importante è stato quello da Prada, dove ho disegnato stampe: lì ho capito il senso della qualità, abbiamo realizzato un motivo floreale utilizzando venti quadri di stampa. Una follia ma così il risultato era più bello dell’originale. Poi due delle prime persone con cui avevo lavorato, Paolo Battaglia e Antonio Ponte, erano entrati da Missoni e mi hanno chiamato da loro. Loro facevano la collezione di sfilata, a un certo punto Angela Missoni mi ha proposto di occuparmi della pre-collezione. Accettai con un filo di incoscienza, perché le cose che avevo fatto prima erano comunque più piccole e con qualcuno che stava sopra di me. Poi è stato un crescendo: ho iniziato a fare l’uomo, poi la donna quando Angela è uscita. Ci sono stati dei periodi in cui andavo a Sumirago in azienda e dormivo sotto la mia scrivania per mezz’ora, poi riprendevo a lavorare. Mi è sempre interessato il rapporto con gli altri, realizzare abiti per la gente. E mi piace l’integrazione: a lungo cui quelli del design, della moda e dell’arte si snobbavano a vicenda. Poi alla fine tutti si sono avvicinati: mi piace l’idea di lavorare insieme, come si faceva un tempo. Come prodotto finale ma anche rapporto.

Roda|Missoni, daybed “Arena” (design Gordon Guillaumier)

Quando sei arrivato alla casa?
Ormai sono due anni, è un settore che mi ha sempre interessato a livello personale. Per me è la possibilità di far dialogare le varie anime del mondo Missoni, lifestyle vero, contaminazione totale tra tutti i prodotti. Sto cercando di far dialogare tutte queste voci, creando una visione generale.

Sei ancora coinvolto nella parte abbigliamento?
Ogni tanto mi chiamano, non escludo che la cosa si potrebbe allargare, ma non lascio il progetto Home.

Che rapporto hai con l’heritage Missoni?
È qualcosa di colossale. Abbiamo la fortuna di avere un archivio pazzesco e gestito molto bene. Una ricchezza importante. Ho avuto la fortuna di conoscere Tai e la sua meravigliosa follia, con Rosita – 93 anni – ci vediamo ogni due settimane e continua a essere moderna, ad avere un occhio precisissimo. Persone con talento, senza paura. La cosa più importante della loro storia è l’atteggiamento mentale, il non aver paura di prendere una strada diversa dagli altri. Con leggerezza. Osservando l’archivio ho capito il coraggio di provare accostamenti “sbagliati” che, una volta realizzati, creano un nuovo linguaggio. È qualcosa che va coccolato ma anche fatto evolvere. Sarebbe troppo facile: prendi le venti cose più belle e fai il botto. E poi? Abbiamo l’obbligo morale di aggiungere un nuovo tassello per chi verrà dopo. Per questo abbiamo iniziato a introdurre cose nuove, e questo sta iniziando a pagare.

Lavori da solo o in squadra?
Un tempo facevo molte cose in prima persona, oggi preferisco contare sulle persone che lavorano con me. Che spesso riesco a spingere oltre quelli che loro stessi considerano i propri limiti. È la cosa più bella di questo mio periodo lavorativo: avere queste dita lunghe che sono più brave di me. Fortuna, certo, ma anche scelta di una squadra fatta di amore, di spirito comune.

Come trasferisci i concetti della moda in quello dell’arredo?
Il nostro core continua a essere il tessile, non abbiamo ancora delle “forme” riconoscibili (anche se è un processo che avverrà): se non hai la filiera distributiva puoi fare le cose più belle del mondo ma la storia finisce lì. Il grosso del lavoro viene fatto sulla parte materica. Il rapporto con Roda è stato impostato proprio su questo: due know how che si incontrano, competenze tecniche da una parte e stile dall’altra. Dopo una prima mezz’ora di discussione si è sciolto tutto è il progetto è partito a piena velocità. È una cosa che stiamo cercando di fare su tutte le licenze: porcellane, tappeti. E utilizzare queste cose nei nostri progetti residenziali. Una collaborazione a tutto tondo.

Roda|Missoni, pouff “Double” (design Rodolfo Dordoni)

Nello sviluppo di questa collezione avete fornito solo il vestito o avete contribuito anche alla progettazione?
Siamo abituati a ritmi veloci, e nell’arredo lo sviluppo di un pezzo richiede mesi. La scelta è stata quella di fare una selezione a quattro mani dal loro catalogo, pensata rispetto a quello che abbiamo già, a quello che ci manca, ai tessuti più adatti. Era interessante vedere come le conoscenze tecniche di uno aiutavano l’altro a capire quale poteva essere la scelta migliore. Non ci sono forme nuove, piuttosto abbiamo cercato di lavorare in un’ottica di “collezione”, mescolando le loro famiglie. Preferisco un approccio un po’ eclettico, mi sembra più vicina all’anima Missoni.

In futuro potrebbe esserci un vostro coinvolgimento sulla progettazione?
Questo è stato un primo step. Il secondo sarà lavorare anche sulle finiture (laccature, essenze, colori delle corde). Poi cominciare a ragionare insieme sulle forme. Per questi nuovi pezzi vorrei qualcuno di giovane, mi piace trovare le persone giuste. Vorrei riuscire a far diventare Missoni qualcosa di esteso a più ambiti ma sempre con la stessa cura, attenzione al dettaglio. Come fare la fodere di un cuscino non bianca ma colorata, o con un messaggio stampato sopra: è quello che fa la differenza, chiamalo storytelling o follia. È un lato più sentimentale che spesso dimentichiamo e che invece sarebbe bello tirare fuori di nuovo.

Urban Oasis Dubai, interior design by Missoni

Dopo l’outdoor cosa vorresti fare?
L’illuminazione, per esempio. Noi siamo un brand fatto di colori e “tocco”. La nostra luce non dovrà essere performante (ce ne sono già tanti in questo settore, bravissimi, noi siamo un po’ naïf) ma semmai un oggetto luminoso, che spento è una cosa e accesso è un’altra. Sempre con un tocco di ironia. Vedremo. Qualcosa di soft, leggero. Ed essere leggeri non vuol dire essere inconsistenti: pensa a Bruno Munari… E poi mi piacerebbe fare vetri: vasi, oggetti. Già Ottavio aveva fatto delle cose con Venini. Mi piacerebbe riprendere il discorso. Tutto il discorso della lavorazione a canne, che si mischiano, richiama il fiammato Missoni, la famiglia ha un legame fortissimo con Venezia. Bisogna capire come fare. E poi mille altre cose, non c’è niente di sbagliato in partenza: sono curioso. E sempre felice di ricredermi.

Missoni, coppia di vasi realizzati da Venini, anni ’80 (courtesy © Finarte)