Fattore umano e continua adattabilità

Lo smartworking secondo UNStudio e USM: due concetti essenziali e un ‘terzo luogo’ ibrido in cui lavorare in condizioni ideali per esprimere la propria creatività, essere efficienti e mantenere il controllo della necessaria tecnologia

UNStudio e USM dal 2017 esplorano il mondo del lavoro e la sua continua trasformazione, dal concetto di HomeWork presentato l’anno scorso al Salone del Mobile al progetto-laboratorio per The WorkHouse a Wehrmuele, vicino a Berlino, all’installazione Making Places realizzata a Milano durante l’ultimo Salone per esplorare il ‘terzo spazio’ fra la casa e l’ufficio e capire quali sono le condizioni che possano far crescere, imparare, riflettere e incontrare gli esseri umani nel luogo di lavoro. Alexander Schärer, CEO di USM, e Ren Yee, Senior Architect e Associate Head Innovation Strategy and Forecasting di UNStudio, hanno condiviso con noi le loro idee ed esperienze.

USM, Installazione 'Making Place' al Salone del Mobile.Milano 2019
USM, Installazione ‘Making Place’ al Salone del Mobile.Milano 2019

From ‘Homework’ to ‘Third Place’, in quale direzione si evolve il luogo di lavoro?

Ren Yee: Investigando la zona indistinta fra spazio domestico e luogo di lavoro abbiamo visto che i nuovi dispositivi stanno disgregando il nostro modo di lavorare, sempre più la tecnologia modifica le nostre condizioni di lavoro ma anche noi stessi come esseri umani. Il ‘terzo luogo’ risponde a questo tipo di condizione, non è casa, non è ufficio, è un ibrido fra i due. Abbiamo capito che le persone desiderano stare a contatto con altre persone in un’atmosfera informale ma che dia energia, che sia stimolante. E desiderano anche non essere legati a un solo luogo, ma a più luoghi diversi in base alle esigenze del momento. Io stesso, ad esempio, sono abituato a lavorare in molti posti con diverse condizioni, lobby di hotel, cafè ad esempio, e a volte mi serve essere ‘disconnesso’ dalle persone e comunque avere gente attorno a me. Notiamo che la tendenza negli ambienti lavorativi è di non offrire più una sola opzione nelle postazioni di lavoro, ma dare più possibilità in base alle esigenze e alle attività.

Speciale sistema modulare USM Haller realizzato in collaborazione con Ecosphere Institute

Qual è il ruolo della modularità in questo ‘terzo luogo’?

Alexander Schärer: Come abbiamo mostrato nell’installazione ‘Making places’ del nostro stand all’ultimo Salone del mobile, ora la scena è cambiata, è uno spazio per ‘maker’ che non si impone ma è versatile, non è il sistema a cambiare, ma la sua configurazione con l’aggiunta di nuove funzionalità, ad esempio la possibilità di crescere piante (con la struttura metallica del sistema modulare USM Haller è stato realizzato uno speciale prototipo grazie alla collaborazione con Ecosphere Institute di Graz, ndr) o di avere illuminazione cableless.

Ren Yee: La modularità diventa uno strumento molto efficace e produttivo per gli architetti, perché i confini sono solo quelli della nostra immaginazione. L’anno scorso, nell’installazione dello stand ‘Homework’ abbiamo trattato il tema degli arredi come architettura, quest’anno il concetto si è evoluto per dare vita a un ‘oggetto architettonico’ in cui creare un ambiente completamente diverso, con spazi divisori, un’arena aperta, luoghi privati e condivisi. Il sistema modulare è ricco di potenzialità, ed è per questo che USM ci ha invitato anche quest’anno a immaginare come può evolversi il sistema restando uguale a se stesso. Oltre che architettonico l’oggetto-ambiente di lavoro ha anche contenuti artistici, volevamo una installazione che interagisse con le persone, con il loro riflesso sullo specchio, con le diverse possibili configurazioni create con gli adesivi su una lunga parete, una sorta di giungla in cui ambientarsi.

Il legame fra tecnologia e ambiente di lavoro è molto stretto, forse troppo?

Ren Yee: Oltre i singoli dispositivi, sono i fondamenti su cui basa la tecnologia che cambiano l’idea stessa di lavoro. Quello che deve restare essenziale nella nostra ricerca sugli ambienti di lavoro in ultima analisi è che siamo esseri viventi.
In questo momento ci concentriamo sulle qualità dell’essere umano, sulle condizioni da cui poter trarre beneficio per il nostro benessere, la salute mentale e fisica, per quello che ci ispira nel lavoro. Sono qualità intangibili a cui la tecnologia non può giungere, anche se può essere di aiuto. Il vero nucleo della questione progettuale è creare un ambiente in cui possiamo convivere con la tecnologia, mantenendone il controllo, invece di lavorare in uno spazio in cui non vogliamo vivere, perché disgregato da una tecnologia che non riusciamo a controllare.

Questa è la vostra idea di smartworking?

Ren Yee: Uno ‘smart environment’ non significa digitalizzazione ovunque, ma uso intelligente delle tecnologie tenendo sempre presente l’ambizione di creare un luogo dove le persone possono crescere e migliorare consapevoli di quello che la tecnologia può offrire.

Alexander Schärer: L’architettura si deve adattare al cambiamento e alla continua evoluzione. Per fare un esempio, i nostri uffici sono stati realizzati ormai venti anni fa in un’area dello stabilimento di produzione, e sono stati spesso riconfigurati e trasformati negli anni per introdurre innovazione e i cambiamenti necessari.
L’ultima trasformazione prevede nel layout anche elementi vegetali, una sorta di forum, come nel nostro ultimo stand al Salone del Mobile, dove le persone possono sedere e incontrarsi. L’intero spazio per uffici diventerà un laboratorio per testare nuovi layout e nuovi spazi per il lavoro, vogliamo ‘rompere’ la struttura e creare uno spazio più diversificato ‘assorbendo’ però il fattore umano.

L’ambiente di lavoro è quindi un luogo adatto alla sperimentazione in architettura e in interior design.

Ren Yee: Rappresenta uno dei contesti più interessanti per fare esperimenti, perché riguarda tutti, perché è il luogo in cui passiamo la maggior parte delle nostre giornate, e perché in quel luogo dobbiamo essere più efficienti e performanti possibili. Sul lungo periodo è necessario trovare un ambiente che sia sostenibile, che consenta la crescita, e in cui trovare le motivazioni per rendere il lavoro gratificante. Dobbiamo quindi sperimentare per cercare il migliore luogo possibile, i migliori ‘ingredienti’ nello spazio in condizioni e tempi diversi. Le necessità cambiano continuamente, è necessario capire cosa funziona e cosa non funziona, e la modularità diventa importante per consentire flessibilità e adattabilità. Sperimentare è necessario, cambiando organizzazione spaziale, tecnologie, ed è necessario avere delle risposte da chi interagisce con lo spazio di lavoro. Più che sperimentazione, il concetto appropriato è continua adattabilità.
Come architetti e progettisti tendiamo sempre a proporre qualcosa di nuovo, ma nel mondo reale non è sempre possibile per vari motivi. Con il sistema USM Haller abbiamo creato ambienti diversi in spazi diversi, possiamo ricreare le stesse condizioni? È un esperimento molto interessante.