Nonostante la volontà di ‘sparire’ dietro le sue realizzazioni, le architetture di Ramon Esteve, in particolare le residenze private, sono ben riconoscibili, ad esempio per l’osmosi che riesce a ottenere fra la dimensione dell’abitare e il mondo naturale, fra interno ed esterno. Con la costante volontà di creare luoghi in cui si desidera stare, abitare, lavorare, soggiornare, e sempre confrontandosi con la volatilità del mercato immobiliare spagnolo, il suo studio realizza dal 1991 residenze private, ospedali e centri di ricerca scientifica, luoghi per la cultura, ristorante e hotel, oltre a occuparsi di design di prodotto e di immagine coordinata per aziende quali Talenti, Vondom, LZF, Porcelanosa.

Fra le parole chiave che sintetizzano il suo lavoro trovo armonia, atemporalità, atmosfera.
Si, undici anni fa ho scelto alcune parole che potessero contraddistinguere il mio approccio al progettare, e le sento valide ancora oggi. Armonia sia come coerenza progettuale dall’idea iniziale al risultato finale, sia come equilibrio e interrelazione fra i diversi sistemi coinvolti, atmosfera come risultato della fusione fra materia e luce nella creazione di un luogo da vivere, e atemporalità come intreccio fra contemporaneo e storia del costruire.

Nel concetto di armonia rientra dunque anche lo stretto rapporto fra costruito e natura che caratterizza le sue residenze?
Si, ad esempio ne La Finca, residenza privata da poco realizzata vicino a Madrid per un committente collezionista d’arte, ho lavorato insieme a un paesaggista fin dalla fase iniziale della progettazione. Nell’osmosi fra interno ed esterno, oltre all’abitazione io mi immagino anche il giardino, che però viene sviluppato e realizzato in un processo parallelo che identifica le tipologie di vegetazione in armonia con le forme, i colori, i materiali della casa. In questo modo interno, esterno e paesaggio formano un’unica entità. Nella Finca, le tonalità utilizzate per la casa, il ruggine del corten, il rossastro dei legni, il colore neutro della pietra riprendono e rimandano ai colori della natura e della vegetazione tipica dell’area, mentre le trasparenze e le altezze accolgono e mettono in risalto la luce naturale e il verde circostante.

Fra i materiali delle sue architetture, legno, pietra, acciaio, mattoni, cemento pigmentato, la luce gioca un ruolo fondamentale, anche come elemento che genera la sua idea di atmosfera.
La luce naturale è uno dei materiali essenziali dell’architettura, ma anche quella artificiale ha un ruolo importante, cerco di usarla come strumento di messa in scena, un elemento molto teatrale con molteplici effetti, nelle diverse temperature, applicazioni e colorazioni, indispensabili per disegnare lo spazio, mettere in evidenza le superfici. Ispirandomi a James Turrel, o semplicemente alla luce emanata dal fuoco, cerco di usare l’illuminazione artificiale come un vero materiale compositivo.

Anche il colore può diventare materiale compositivo, come nella sede realizzata a Valencia per il Grupoubesol, dove il blu e le sue molte tonalità sono il filo conduttore dell’intero progetto di architettura e di interni.
In quel caso il colore era necessario per conferire identità. Per vivere bene in un luogo è necessario identificarsi con lo spazio, nelle residenze ma anche negli uffici, in quel caso ho scelto il blu, uno dei colori corporate, per fare in modo che lo spazio e l’architettura esprimessero i valori dell’azienda. E per fare in modo che chi lavora in quello spazio sia orgoglioso di essere parte della squadra.

Il concetto di atemporalità ha che a fare con l’idea che le architetture, del passato o del presente, debbano avere una propria forte identità che resista nel tempo?
Le architetture tradizionali della Spagna hanno una propria riconoscibile identità, di solito emerge la personalità dell’opera non dell’architetto. Nello stesso modo io vorrei ‘sparire’ dietro le mie architetture, non cerco in tutti i modi di lasciare un segno, una firma che mi identifichi, vorrei che le architetture avessero una personalità propria, indipendente dall’autore, quasi come fossero opere anonime, ‘senza firma’, ma con un carattere forte strettamente legato al contesto culturale, storico e del paesaggio.