Studio Visit: Delphine Gebran

L'interior architect di Beirut che plasma ambienti in cui architettura, materialità e narrazione diventano una cosa sola

Delphine Gebran
Delphine Gebran

Delphine Gebran approccia l’architettura d’interni come una forma di narrazione silenziosa. Con base a Beirut, il suo lavoro si muove con fluidità tra architettura, interni e racconto spaziale, creando ambienti che non sono semplicemente progettati, ma profondamente sentiti. Radicata in una filosofia in cui l’emozione precede la spiegazione, gli spazi di Gebran si svelano attraverso l’intenzione, la sensibilità materica e un equilibrio preciso tra struttura e morbidezza.

Lavorando nella complessa stratificazione di Beirut, abbraccia il contrasto anziché opporvisi, traducendo le dualità della città, grezze e raffinate, in spazi che appaiono al tempo stesso solidi e contemporanei. La sua pratica è definita da moderazione, chiarezza e un forte legame con l’artigianato, dove ogni dettaglio è ponderato e spesso sviluppato in stretta collaborazione con gli artigiani locali.

Nel suo ultimo progetto, Gebran esplora il linguaggio dell’alta moda attraverso l’architettura, trasformando la morbidezza in struttura e creando un’esperienza spaziale avvolgente, tattile e atmosferica. Con il suo lavoro, continua a ridefinire il ruolo dell’architettura d’interni come qualcosa che viene vissuto, percepito e ricordato.

La sua pratica si muove tra architettura, interni e narrazione spaziale. Come definirebbe la filosofia che guida il suo lavoro oggi?
Il mio lavoro è guidato da una semplice convinzione: uno spazio dovrebbe essere percepito prima che compreso. Non vedo un progetto come una composizione di muri, ma come una narrazione che attende di svelarsi. Architettura, interni e narrazione non sono strati separati nel mio processo; sono intrecciati fin dall’inizio. Ogni linea che traccio porta con sé un’intenzione, ogni materiale racchiude una sensibilità e ogni dettaglio gioca un ruolo nel plasmare l’emozione. Progetto spazi che non chiedono di essere spiegati; vengono vissuti, e poi ricordati.

Lavorare a Beirut significa confrontarsi con un tessuto urbano stratificato. In che modo la complessità della città influenza il suo approccio allo spazio, alla proporzione e alla narrazione?
Beirut mi ha insegnato ad abbracciare il contrasto, non a cancellarlo. È una città che amo profondamente, perfetta nelle sue imperfezioni, stratificata e in continua evoluzione.
Quell’energia mi ispira. La trasformo in spazi dove la proporzione porta equilibrio e dove la storia nasce dalla stratificazione, non dalla semplificazione.
Il mio lavoro riflette Beirut stessa: grezzo e raffinato, plasmato dal contrasto fino a diventare qualcosa di chiaro e intenzionale.

I suoi progetti spesso bilanciano linee contemporanee con un senso di moderazione. Come approccia questo dialogo tra modernità e contesto?
Le linee contemporanee portano chiarezza, mentre il contesto dà significato. Si tratta di sapere cosa aggiungere e, soprattutto, cosa tralasciare. Questo equilibrio crea spazi che appaiono moderni, eppure profondamente radicati.

La materialità gioca un ruolo centrale nel suo lavoro. Come seleziona e lavora i materiali per ottenere sia chiarezza estetica che longevità?
La materialità è essenziale nel mio modo di definire uno spazio. Scelgo i materiali per la loro onestà, la loro texture e il modo in cui invecchiano. Cerco la chiarezza nella palette, nulla di eccessivo, affinché ogni materiale possa esprimersi pienamente. Allo stesso tempo, la durabilità è fondamentale. Progetto pensando alla longevità, selezionando materiali che non solo appaiono raffinati, ma che vivono bene nel tempo.

Potrebbe guidarci attraverso il suo ultimo progetto, dal concept alla realizzazione? Quali sono state le idee chiave?
Non abbiamo progettato uno spazio, lo abbiamo “cucito su misura”. Abbiamo tradotto il linguaggio dell’alta moda in architettura: le pieghe sono diventate pareti, i drappeggi hanno modellato i soffitti e le texture hanno definito lo spazio. L’intenzione era creare un’atmosfera calma, quasi museale, in cui lo spazio incornicia le creazioni e immerge dolcemente l’ospite in un’esperienza sensoriale. Dal concept alla realizzazione, ogni dettaglio è stato affinato per risultare morbido, preciso e intenzionale, come se l’architettura stessa fosse stata creata su misura.

In questo progetto recente, come ha affrontato la relazione tra architettura e interior design come esperienza unificata?
Non separo l’architettura dagli interni; sono concepiti come un’unica entità fin dall’inizio. L’architettura è lo scheletro: preciso, strutturale, essenziale. L’interior diventa la pelle che lo avvolge, lo ammorbidisce e gli dà espressione. Veste lo spazio, modellandone le curve, affinandone la presenza e portandolo in vita. Insieme, formano un unico gesto in cui struttura e sensazione si fondono, e lo spazio appare completo, quasi come se fosse cresciuto in quel modo.

Quali sono state le principali sfide incontrate in questo progetto e come hanno plasmato il risultato finale?
La sfida è stata dare forma alla morbidezza. Tradurre idee fluide e delicate in qualcosa di strutturato e preciso, senza perdere la loro leggerezza. Quella tensione è diventata l’essenza del progetto, conferendogli la sua forza silenziosa.

Come vede il ruolo dell’artigianato e della produzione locale nel suo lavoro, in particolare nel suo ultimo progetto?
L’artigianato è al centro del mio lavoro. Molto di ciò che progetto nasce dal desiderio di sperimentare con texture, materiali e forme. È qualcosa che si può percepire in tutti i miei progetti. Gran parte degli interni che creiamo è realizzata a mano, non solo negli arredi, ma nello spazio nel suo complesso. Nel nostro ultimo progetto, tutto è stato realizzato artigianalmente, sviluppato da un’idea attraverso prove e sperimentazioni fino a trovare la sua forma finale. Seguo molto da vicino questo processo, regolando, affinando, capendo come si comporta ogni materiale. Lavorare con artigiani locali lo trasforma in un dialogo tra l’idea e la mano. Alla fine, lo spazio porta quella traccia; risulta più tattile, più umano e profondamente connesso al modo in cui è stato realizzato.

In tutto il suo portfolio, c’è una chiara attenzione a come vengono vissuti gli spazi. Come anticipa l’esperienza dell’utente durante il processo di progettazione?
Progetto mettendomi all’interno dello spazio. Immagino il modo in cui una persona entra, si muove, si siede e osserva. La luce che percepisce, le texture che tocca, il silenzio che sperimenta. Il progetto si modella attorno a questi momenti.

Guardando al futuro, come si sta evolvendo la sua pratica e quali direzioni o tipologie è interessata a esplorare?
Vedo il mio lavoro evolvere verso spazi più avvolgenti, più tattili ed emotivamente coinvolgenti. Spazi che non si attraversano soltanto, ma si vivono; dove i materiali invitano al tocco, la luce crea atmosfera e ogni dettaglio contribuisce a una sensazione quieta e duratura.