È in atto una convergenza tra il mondo dell’arte e quello del design – al centro di Salone Raritas, la nuova sezione del Salone del Mobile – incentrata sul “design da collezione”, che unisce il design storico alla creazione contemporanea. Si tratta di un nuovo mercato le cui dinamiche rispecchiano da vicino quelle del mondo dell’arte.
«Se dovessi definire oggi il collectible design, direi che si tratta di un linguaggio libero e autoriale, che va oltre la funzione», osserva Nina Yashar, fondatrice dello spazio milanese Nilufar, e figura chiave nel riconoscimento del collezionismo del design. «Si tratta di un tipo di design che nasce da una ricerca personale e da un’urgenza espressiva, dove ogni oggetto diventa racconto, memoria e identità. La materia, la cura artigianale e l’approccio sperimentale non sono semplici strumenti, ma parte della voce del designer».

Si tratta spesso di pezzi unici o di edizioni limitate, realizzati con materiali pregiati o tecniche sperimentali difficili da riprodurre. A differenza del mercato dell’arte contemporanea, che si basa sulla firma dell’artista e sul riconoscimento istituzionale, il design da collezione si sviluppa spesso attraverso la narrazione del progetto, la ricerca sui materiali e la capacità degli oggetti di coniugare innovazione e funzionalità, guidati dal criterio della qualità museale.
«Per me, un oggetto degno di un museo non è semplicemente bello o raro: è un oggetto che racconta una storia, racchiude in sé un percorso di ricerca e un’idea chiara, e comunica attraverso i materiali, l’artigianalità e la forma», continua Yashar. «Per riconoscere un design eccezionale occorre uno sguardo olistico: bisogna cogliere la narrazione, la cura con cui è stato realizzato e l’impatto che ha su chi lo osserva».

Quando, nel 1998, Yashar mise per la prima volta a confronto i tappeti orientali antichi – l’attività di famiglia – con il design scandinavo nella mostra «Swedish Rugs and Scandinavian Furniture» presso il suo spazio milanese, questo approccio curatoriale era ancora senza precedenti. Ha raggiunto la piena maturità nel 2015 con Nilufar Depot, un ex sito industriale ripensato come palcoscenico per il design e la sperimentazione.
«Da allora, ho sempre cercato di instaurare un dialogo tra discipline diverse, abbinando tappeti, mobili ed elementi vari in modi non convenzionali», spiega la gallerista. «Il mio approccio nasce dal desiderio di andare oltre le categorie tradizionali e di presentare il design come strumento per raccontare storie, creare dialogo e plasmare l’esperienza quotidiana».

La dimensione internazionale
Al di fuori dell’Italia, una galleria che ha incarnato questo approccio è la Friedman Benda, fondata a New York nel 2007. Nel corso degli anni ha coltivato un dialogo intenso e costante tra design, arte e artigianato, diventando un punto di riferimento fondamentale nel panorama del design contemporaneo da collezione.
«Abbiamo inaugurato lo spazio con una personale di Ettore Sottsass, la cui visione di straordinaria ampiezza è stata capace di abbracciare materiali e filosofie diverse, e ha definito fin da subito un approccio molto aperto per la galleria», racconta Jennifer Olshin, partner della galleria.

Nel corso degli anni, la galleria ha esposto opere che spaziano dai dipinti e dalle ceramiche degli anni ’50 alle sedie scultoree contemporanee di Raphael Navot, dimostrando una notevole varietà pur rimanendo fedele alla sua filosofia originaria.
Olshin sottolinea i rapporti di lunga data che la galleria intrattiene con designer come Joris Laarman e Andrea Branzi, seguendone l’evoluzione e presentando opere come la serie “Bone” in contesti museali prima della loro diffusione al grande pubblico. «Oggi continuiamo a lavorare a cavallo tra diverse generazioni, dagli archivi storici ai talenti emergenti, creando reti di ispirazione tra diverse discipline».

L’evoluzione del mercato
Anche l’evoluzione delle sensibilità all’interno delle dinamiche di mercato ha avuto un ruolo importante: i collezionisti provenienti da diversi ambiti hanno iniziato a riconoscere sempre più il valore delle opere uniche o in edizione limitata, mentre le gallerie e le fiere hanno legittimato questa interpretazione del design come ambito di espressione e sperimentazione.
Yashar sottolinea come l’arte e il design abbiano ormai la stessa funzione culturale: «Quando ho aperto la galleria alla fine degli anni ’70, a Milano il design era considerato soprattutto come qualcosa di funzionale», ricorda, osservando come, col passare del tempo, i designer abbiano iniziato a esprimersi con maggiore forza e originalità, conferendo alle loro opere una dimensione poetica e singolare paragonabile a quella delle opere d’arte.

In Francia, dove l’artigianato di pregio gode di profondo rispetto, una rete consolidata di gallerie si occupa tradizionalmente di arredamento d’epoca; a partire dagli anni ’70, tale attività si è estesa fino a includere il XX secolo, contribuendo al suo riconoscimento – basti pensare a figure come Philippe Jousse e Patrick Seguin, che negli anni ’90 hanno promosso l’opera di Jean Prouvé. Tuttavia, il mercato non si limita ai maestri canonici.
«Oggi il design si inserisce in un ecosistema fatto di gallerie, fiere internazionali, musei, collezionisti, case d’asta, commercianti e antiquari, e il pubblico sta diventando sempre più informato ed esigente», osserva il commerciante francese Benoît Ramognino della Velvet Galerie di Saint-Ouen, specializzato in architettura utopica e arredamento degli anni ’50-’80. «Ho scoperto il design degli anni ’60 e ’70 intorno al 1988 e sono stato immediatamente attratto da questa estetica, che segnava una rottura con il mondo più tradizionale dell’antiquariato».

La sua visione era quella di creare una galleria incentrata sulla cultura pop e sul design utopico. «Ho iniziato con i mobili gonfiabili di Quasar Khanh, per poi passare ad architetture utopiche come la Maison Futuro di Matti Suuronen, del 1968». Anche lui vede dissolversi il confine tra arte contemporanea e design all’interno del design da collezione: «Le edizioni limitate sono destinate a essere collezionate; i pezzi unici sono raramente disponibili sul mercato, se non quelli di creatori molto noti, e diventano sempre più oggetti da museo. Le piccole tirature, così come i mobili vintage o contemporanei in edizione limitata, costituiscono il mercato dell’arte e del design di domani».
È proprio in questo contesto che la curatela e la costruzione narrativa diventano fondamentali per trasformare un oggetto di design in un’opera da collezione. «Non si tratta semplicemente di esporre un pezzo, ma di creare un contesto che ne trasmetta la storia, il percorso di ricerca e l’intento del designer», conclude Yashar. «Il curatore collega l’opera al suo contesto, al mercato e alla storia del design, rivelandone il vero valore collezionistico».






