“Trovarsi d’improvviso nelle strade di una città, trovarsi in mezzo al mondo per spiare le sue segrete circonvoluzioni, le intenzioni, la sua verità” così recitava nel 1984 “Occhio, cuore, cervello” di Giorgio Gaber, come a voler anticipare il matrimonio tra sensi, emozione e ragione, fil rouge della storia e del modo di progettare di Tiziano Vudafieri, Claudio Saverino e, inevitabilmente, del loro team.
Sono trascorsi due anni dalla nostra prima intervista, proviamo a riempire questi 24 mesi. In un passaggio dell’allora intervista Tiziano Vudafieri disse “guardare con occhi diversi è un processo che può modificare i tuoi parametri sulla bellezza”: è necessario oggi migliorare le diottrie per continuare a guardare con occhi diversi?
La risposta, che può sembrare un po’ scontata è ovviamente affermativa. Se nel nostro mestiere smettiamo di guardare con la volontà di fare qualcosa che non abbiamo fatto ieri, vuol dire che forse è giunta l’ora di fare qualcos’altro. È intrinseco nel nostro lavoro sperimentare, metterci in discussione e provare strade nuove. Posso citare un piccolo esempio: stiamo sviluppando la fattibilità in un edificio storico e il committente ci ha affiancato un esperto immobiliare che vende appartamenti. Io sono andato a parlare con lui. Di solito vado in attrito con queste figure, perché tendono a raccontarmi che cosa il pubblico vuole e si aspetta, mentre il mio mestiere è creare qualcosa che il pubblico non si aspetta.

Come avete fatto ad accorciare le distanze?
CS: Non le abbiamo ancora accorciate. È proprio una questione metodologica: o realizzi un prodotto che non sorprende ma rassicura, qualcosa che pensi di desiderare perché risponde a un bisogno già noto, oppure provi a fare un prodotto di cui non sai ancora di avere bisogno. È questa la differenza tra non progettare e tentare. Noi tentiamo, tentiamo di prendere strade differenti, di evitare quella più comoda. Siamo indubbiamente degli indisciplinati.

Di cosa si alimenta la vostra professione?
TV: Soprattutto dall’esperienza di ogni progetto. Ogni progetto è un viaggio, è un dialogo.
Abbiamo un’ossessione per il Genius Loci. E il Genius Loci non è soltanto il luogo fisico dove realizzi un edificio, un negozio o la casa della zia: Genius Loci può essere la zia, la sua testa, il cliente, il marchio, ciò che desidera esprimere. E per questo cambiamo ogni volta, perché ci interessa l’interscambio. Dico sempre che con i clienti deboli che non sanno cosa vogliono, noi non siamo particolarmente bravi. Diamo il meglio quando siamo messi alla prova, quando c’è un dialogo forte. Poi ogni tanto diciamo che il cliente fa metà del progetto e allora il cliente risponde che dovremmo fare metà della parcella.

Due anni fa parlammo già di intelligenza artificiale, studiavate Midjourney, a che punto siete?
Una delle cose che ci spinge a cercare dei modi diversi di essere e a riflettere sul come restare speciali ogni volta è certamente l’intelligenza artificiale. Oggi, con tre comandi — persino noi che siamo dei dinosauri — puoi ottenere risultati totalmente sorprendenti. L’intelligenza artificiale ti mette alla prova, perché è incredibile quanto di fantastico produca in pochi secondi: ma l’AI va educata. Ti misura, e tu devi imparare a misurare lei. Tu la conosci, lei deve conoscere te. Ero in Vietnam e un colto e sofisticato signore mi ha fatto un diagramma: nell’ascissa ha inserito la forza, la potenza, la velocità e la capacità di immagazzinare dati, nell’ordinata la sensibilità, il savoir-faire e la sapienza. Da una parte Cassius Clay e dell’altra A Beautiful Mind. Questa è l’AI: uno strumento dalle potenzialità infinite, ma poco umano. Sei tu che devi umanizzarla a tua immagine e somiglianza. Mettere quello che nel diagramma non c’è: la magica congiunzione tra ascissa e ordinata.

Casa a Milano, casa a Shanghai: come cambiano (se cambiano) i brief e le richieste dei clienti?
TV: Sono cambiati soprattutto a Shanghai, dove abbiamo assistito a un salto di qualità della richiesta. I clienti sono cambiati, è diversa la qualità degli incontri: oggi li troviamo più incerti, più confusi sulla direzione da prendere. Si rimanda molto la decisione finale, forse solo l’hospitality continua ad avere continuità. La Cina cresce circa del 4% che per noi sarebbe un sogno, ma per loro è un disastro, perché è un sistema che per reggere deve andare almeno al 6% o al 7%. Quando siamo arrivati in Cina ci chiedevano cose “alla Dubai”, oggi il gusto è diventato quasi minimalista.
CS: in Occidente il Covid ha fatto prendere coscienza che le case minimaliste, così come le abbiamo disegnate, figlie dalla cultura modernista, ci vanno un po’ strette per cui ci sono dei quartieri periferici di Milano che si stanno revitalizzando, perché la gente vuole andare un po’ più fuori, non solo per ragioni di budget, ma proprio perché intorno c’è più spazio. Dieci anni fa nessuno ne parlava.
Il Vietnam invece è un altro mondo, è così?
TV: assolutamente. È un paese interessantissimo in grande crescita e con forte curiosità verso il mondo. Si autoprotegge dalla Cina — che è il suo primo partner commerciale — ma allo stesso tempo ne teme l’influenza. Sono comunisti buddisti, ma molto aperti e curiosi. La differenza rispetto ai Paesi vicini è proprio questa flessibilità mentale, questa voglia di confrontarsi con il mondo.

Parliamo di retail: come avete fatto a vincere la gara per un concept mondiale di Napapijri?
TV: perché prima di essere storyteller siamo story listener, nel senso che ascoltiamo tanto prima di iniziare a progettare e cerchiamo di entrare nel genius loci. Napapijri è nata in Val D’Aosta da un visionario appassionato di montagna: la scommessa progettuale è stata quella di trasformare un’avventura di montagna in un’avventura urbana e ha funzionato. La direzione è stata questa ed è piaciuta. Dovevamo partire con un flagship store a Milano, ma all’ultimo momento la location non era più disponibile, si sono quindi spostati su Parigi in uno spazio molto adatto anche se di soli 90 metri quadri.






