Il nuovo epicentro del collectible design a New York guarda a sud. Al Rockefeller Center ha appena inaugurato House of Santal, prima galleria newyorkese interamente dedicata al design da collezione del South Asia. Fondata da Raksha Sanikam, newyorkese di origine indiana che ha lasciato la finanza per una carriera come interior designer a Bangalore, approfondendo poi la sua passione per il collectible design con un master al PrattInstitute di Brooklyn. Prende il nome dal santalum, il legno di sandalo sacro indiano, e occupa oltre 740 metri quadrati organizzati attorno a un nadumuttam, cortile centrale dell’architettura domestica tradizionale: uno spazio interno che regola il passaggio tra pubblico e privato, luce e ombra – un principio che qui diventa dispositivo curatoriale. La mostra inaugurale, At the Threshold of the Courtyard, riunisce 13designer e studi indiani, con l’ambizione di intercettarne l’energia andando oltre la retorica del trend attuale.

House of Santal è la prima galleria di New York dedicata al collectible design del Sud Asia. Qual è stata la genesi?
L’idea di House of Santal nasce nel 2019, mentre lavoravo a un progetto di interior in India. Ho un background nel venture capital ed ero coinvolta nelle attività operative e di marketing dell’azienda di costruzioni di famiglia. Ho collaborato con l’architetto Hemanth Reddy, che mi ha aperto gli occhi sulla profondità del design sud-asiatico. Le fiere visitate a Delhi e Mumbai hanno cambiato la mia prospettiva: colpiva quanto poco il resto del mondo conoscesse ciò che questa regione produce.

In che modo?
Non si trattava solo di innovazione materiale o tecnica, ma di tradizioni artigianali ereditate e di una nuova generazione di designer che ha creato opere possibili solo grazie a questa sinergia. Allo stesso tempo, ciò che chiamavamo “fatto a mano” stava diventando una categoria di lusso, mentre in molte famiglie di artigiani la nuova generazione non vedeva più il mestiere come sostenibile. Ho capito che promuovere questo lavoro come semplice “artigianato” non bastava: doveva essere riconosciuto allo stesso livello del collectible design globale, attraverso un canale capace di sostenerlo e garantirne continuità.

Si parla sempre più di un momento d’oro per il collectibledesign sud-asiatico sulla scena globale. È così?
Sta cambiando la percezione. L’India è spesso associata al passato o a oggetti “etnici”, ma è molto più di questo. Rispettiamo le tradizioni, e una nuova generazione sta dando loro un linguaggio moderno e funzionale, radicato nell’eredità e pur contemporaneo.

Come definirebbe oggi il “design sud-asiatico”?
È guidato dai valori: intelligenza materiale, durabilità, cura e intenzionalità nella modalità produttiva. Non ha un’estetica unica: può essere sobrio o audace, ma mantiene una profondità legata a processo e genealogia. È anche collaborativo: spesso le mani che realizzano questi oggetti appartengono a persone nate nel mestiere, con competenze straordinarie. Quando questa conoscenza incontra un progetto consapevole, nasce qualcosa che unisce passato e presente in modo autentico.

Qual è il filo conduttore di questa prima edizione?
Il design radicato nella tradizione artigianale. Edition I: At the Threshold of the Courtyard rimane fedele a materiali, forme e tecniche della regione. Lo spazio è concepito come un viaggio ispirato alla soglia e al cortile: si arriva, si sosta, poi si entra più a fondo. Volevamo che New York incontrasse questo lavoro non come categoria “etnica”, ma come collectible design contemporaneo, con contesto e prospettiva.

La filosofia di Charles Correa, di mettere in dialogo tradizione e contemporaneo, è ancora attuale?
Assolutamente sì. The Vernacular Modern e molti dei designer che rappresentiamo incarnano questo ponte in modo autentico. C’è chiarezza e semplicità nel loro design, mai superficialità. Lavorano il legno con rispetto per la natura del materiale, creando forme adatte al vivere contemporaneo. Oggi questa filosofia è etica: costruire con ciò che è locale e vivo, collaborare con l’artigianato come pari, creare forme che portino la storia nel futuro. Anche Veeram Shah, Rebecca Ruebens e Vipin Joe lo fanno in modo esemplare.

Veeram Shah è una voce in ascesa. Perché l’ha scelto?
È una delle voci più riconoscibili del design sud-asiatico. Amo il rigore del suo lavoro: non è solo bello, è risolto. Si percepiscono disciplina e misura, e la capacità di lasciare che materiale e processo guidino la forma. Collabora con i cluster artigianali come veri partner. Il suo studio a Navsari [nello stato indiano del Gujarat] è un modello di questo approccio. Rappresenta la direzione in cui crediamo: un design leggibile globalmente, radicato nel territorio e realizzato con integrità.

Come evolverà questa piattaforma nel tempo?
Il termine “piattaforma” è intenzionale. House of Santal non organizza solo mostre: vuole ridefinire la percezione del collectible design sud-asiatico e costruire i canali per sostenerlo. Lo spazio fisico ospiterà dialoghi su materiali, progetto e processi artigianali, mentre la presenza online si espanderà per ampliare accesso e formazione. Il nucleo resta invariato, ma le modalità evolveranno.






