Se anche voi avete un qualche amico norvegese, magari un nativo della graziosa Bergen, ne avrete sentite delle belle su Oslo: “Gli onsloensi sono i milanesi della Norvegia”, “Oslo è una città tutta nuova, cercano di scopiazzare gli svedesi”, “tutti figli di ricchi che vivono gli eccessi della città”, “tutti spreconi”. C’è solo un modo per verificare se in questi stereotipi si nasconde un fondo di verità: passare le nostre proverbiali 24 ore a Oslo. Sul treno veloce che porta dal centro all’aeroporto in quaranta minuti, gli stereotipi sembrano già tutti dissolti. E risuona più vero quanto racconta il film norvegese The Worst Person in the World: esistono molte Oslo in una, e a volte basta attraversare un quartiere per ritrovarsi in un’altra città, in un’altra vita.

Grünerløkka e le casette tradizionali
Non c’è dubbio che la Oslo invernale, dove la luce bassa del nord dura una manciata di ore e il vento soffia gelido, rappresenta un’altra dimensione rispetto alla città estiva dalle giornate interminabili. Ma che ci sia un sole tiepido o una pioggia battente, la giornata non può che cominciare a Grünerløkka, quartiere alternativo sì gentrificato, ma anche profondamente norvegese nel ritmo. L’ideale è ritrovarsi davanti a una tazza di tè nelle giornate più fredde, quando le strade sono quantomai quiete e prive delle forme di incuria che spesso caratterizzano i quartieri creativi in altre latitudini. Un tempo zona operaia, oggi Grünerløkka ospita i soliti sospetti: negozi vintage, librerie indipendenti, panetterie artigiane e caffetterie il cui nome ha già echi di leggenda nei cuori degli hipster, come Tim Wendelboe. Qui il culto del caffè diventa quasi un rito ascetico: legni chiari, linee essenziali, un’estetica scandinava pulita che lascia spazio solo al gusto della paradisiaca bevanda e alla fragranza della tostatura.

Da lì è un attimo a ritrovarsi a passeggio verso l’Akerselva, il fiume che taglia in due il quartiere, fino al Café Blå, uno spazio culturale dove jazz ed elettronica si mescolano producendo combinazioni inattese. Pochi passi ancora, ed ecco che appaiono le prime casette tradizionali dell’immaginario nordico; siamo nelle strade di Damstredet e Telthusbakken, che con le loro abitazioni di legno del XVIII e XIX secolo e i cortili pieni di lucine, piantine e Troll, restituiscono un’atmosfera da un racconto nordico.

Il porto e la Galleria Nazionale
Riempiti i serbatoi di caffeina, la vera esplorazione della città può iniziare. È il caso di partire dal porto di Oslo, vicino al quale sorge il nuovo Museo Nazionale della Norvegia: un edificio che ne racchiude tre, avendo unificato i musei d’arte contemporanea, moderna e di design. Realizzato dallo studio di architettura Kleihues + Schuwerk, il Museo Nazionale della Norvegia si affaccia sul lungomare della capitale, e si estende per 54.600 metri quadrati, rendendolo il più grande museo d’arte dei Paesi nordici.

L’edificio in ardesia ospita circa 400.000 opere, e la sua pianta a forma di L incorpora le strutture preesistenti del sito, creando un cortile centrale pavimentato che si apre con naturalezza nelle strade circostanti, e sull’edificio del Nobel Peace Center, originariamente una stazione ferroviaria. All’interno la collezione permanente rilegge le epoche con un’attenzione ai temi della modernità. Ad esempio la dimensione sociale femminile emerge preponderante non solo nella sua accezione domestica, ma vengono rappresentati anche il piacere della lettura, della cultura e degli svaghi all’aria aperta. Le opere orientaliste sono accompagnate da pannelli che invitano a riflettere sul contesto storico, e la collezione permanente stessa non viene trattata come immutabile, ma le opere ruotano a seconda delle tematiche che il museo ritiene essere più urgenti in ogni dato momento.

Dal porto di Oslo partono diverse navi per i fiordi, da vedere in giornata o in crociere più lunghe, mentre a pochi passi sorge la fortezza di Akershus, iniziata nel 1299 dal re Håkon V, ampliata nel Rinascimento e oggi sede anche di diversi, musei come quello della resistenza e delle forze armate. Dopo aver abbracciato con lo sguardo la città dall’alto delle mura della fortezza, si può proseguire verso le stradine interne, fino ad imbattersi nello storico Engebret Café, il ristorante più antico di Oslo, aperto nel 1857, dove si servono piatti della cucina tradizionale norvegese. Poco oltre, la splendida teeria A.C. Perchs Thehandel, in attività dal 1835, offre oltre 150 varietà di tè, ed un ambiente elegante ed intimo. Per un pit stop caffè o matcha latte, l’elegante caffetteria vintage in zona è Spor av Nord, dove i pasticcini e la panetteria vengono serviti in un ambiente luminoso, dai colori pastello.

Museo MUNCH e Opera House
Dalla zona commerciale il visitatore può agevolmente spostarsi a piedi fino all’Opera House, progettata dal prestigioso studio di architettura norvegese Snøhetta e inaugurata nel 2008. Caratterizzata da un superfici inclinate in marmo e granito bianco, l’edificio integra spazi pubblici, un auditorium principale e un’architettura che fonde elementi naturali in legno di rovere, pietra, con tecnologie moderne.

Salendo sul tetto dell’edificio, impossibile non apprezzare (o criticare a seconda dei gusti) il Barcode. Questo complesso di edifici è stato progettato per assomigliare a un codice a barre con 12 grattacieli di diverse altezze, e presenta spazi vuoti che lasciano passare luce e vista sul fiordo. Pugno nell’occhio o consacrazione della rinascita architettonica di Oslo? Siamo già nei pressi di uno dei luoghi più iconici della città: il museo MUNCH. Con i suoi 57 metri d’altezza che si stagliano sulle acque, l’edificio grigio inclinato è veramente impossibile da ignorare. Progettato dallo spagnolo Estudio Herreros, si tratta di un’imponente torre inclinata rivestita di un cangiante alluminio riciclato. Un concentrato di leggerezza e sostenibilità, l’edificio ospita 11 gallerie, terrazze e spazi pubblici, offrendo ai visitatori un viaggio verticale attraverso l’arte di Edvard Munch.

Qui l’eredità del pittore simbolo della Norvegia è continuamente riattivata e riattualizzata da una collezione curata per temi, o da mostre temporanee di arte contemporanea. Quando cala la luce nordica, sempre bassa nelle ore invernali, è il momento giusto per una sauna, il modo migliore per immergersi, letteralmente, nella cultura norvegese senza immergersi. Le numerose saune galleggianti non lontano dal museo sono l’ideale per i più coraggiosi, pronti a sfidare le gelide acque.
Tjuvholmen e il Museo Astrup Fearnley
Infine, ritornando nella zona del porto, vale la pena allungarsi verso la cosiddetta Fjord City, il progetto che ha sviluppato l’area di Tjuvholmen, una sorta di isola reinventata attraverso un’architettura iper-contemporanea e un’esperienza di lusso.

È proprio qui che sorge il Museo Astrup Fearnley, progettato da Renzo Piano, il quale ospita una delle più ricche collezioni private d’arte contemporanea di tutta la Scandinavia. Le sue sale angolose, dalle geometrie inattese, costringono la curatela a soluzioni inventive e non lineari; fuori dalle finestre, ampi vetri e passerelle di legno ricordano il legame profondo con il mare e la navigazione che da sempre caratterista Oslo. La serata ideale si chiude davanti a un piatto caldo nei numerosi ristoranti di Tjuvholmen: un salmone affumicato, gravlax, un merluzzo, lo Skrei, Lutefisk, un Fårikål, Pinnekjøtt, (piatti a base d’agnello) o persino una bella renna stufata. Dimentichi di ogni stereotipo, dopo 24 ore in questa città si parte già con la voglia di ritornare.






