Discreto e riservato nella vita, dolcemente determinato nella professione, Andrea Auletta racconta le tante accelerazioni del proprio battito cardiaco con una sorridente sobrietà. Dal burrascoso periodo degli studi con abbandono del Politecnico, ai repentini cambi di rotta, alle scelte contro corrente: un mix di esperienze in pochissimi anni accompagnate da una serie di sliding doors che lui ha attraversato con coraggio e consapevolezza. Colpisce in Andrea Auletta la semplicità del racconto anche di cose chiaramente complesse, colpisce il desiderio di costruire una bolla che racchiuda in sé tecnica, creatività, libertà di pensiero e romanticismo.
Progetto per Casa Argentaurum, Andrea Branzi, 1996
Sei andato a scuola da Andrea Branzi che è fondamentalmente un design di prodotto, tu sei fondamentalmente un progettista di hotel: cosa è successo perché tu prendessi questa direzione?
Studiavo architettura, un anno a Venezia e un anno a Milano, ma l’ambiente e il percorso mi stavano stretti, allora l’architettura era molto diversa da oggi e ho iniziato a girare alla ricerca di altre soluzioni didattiche, IED, Domus Academy, un giorno dissi a mio padre che desideravo cambiare gli proposi lo IED.
Mio padre era avvocato, per lui una laurea era un obiettivo imprescindibile, lo IED di allora era un soggetto rivoluzionario, siamo ai primi anni 90, però mi ha seguito: è stata un’esperienza forte, tutto molto diverso da come è adesso, il corso durava quattro anni, la scuola era piena di stranieri cileni, giapponesi, americani, colombiani, un programma ricco e molto più entusiasmante rispetto al Politecnico. Stavamo fino alle dieci di sera a studiare in gruppi di lavoro, mi ricordo i giapponesi che facevano modellini già con le luci dentro e io mi chiedevo come facessero, è stato un confronto incredibile, bellissimo. E a un certo punto si presenta mio padre un suo amico – Marcello Pietrantoni, architetto e scultore – che gli dice di volermi presentare Andrea Branzi. Io vado da Branzi, avevo 22 anni, mi ricordo in giacca e cravatta, lui mi accoglie nel suo studio, facciamo una chiacchierata, iniziamo uno stage (non pagato, mai avrei pagato io per essere lì). Iniziamo uno stage e mi dice tre cose “mi dai del tu e non vieni più vestito in questo modo” poi mi da uno schizzo per me allora incomprensibile e mi chiede di fargli un modellino. Guardo questo foglio, lo giro e lo rigiro e mi chiedo cosa fosse. Era una chaise longue, faccio prima il disegno e poi faccio il modellino. No, fai prima il modellino perché ti deve crescere tra le mani così capisci le proporzioni. Da lì è nato tutto. Pensa che qualche mese prima ero andato a New York allo studio di Pei in Madison Avenue, anche lì mi avevano proposto di fare uno stage. Studio di Pei, tre piani di grattacielo, un associato Muscio, mi fa vedere tutti i piani e mi dice “ti metti qui, ti arriva il progetto, dai il tuo contributo e il progetto ti va avanti”. Ho rifiutato perché non mi interessava.
Suite, Hotel Gabrielli, Venezia
Da Andrea invece era uno studio famiglia, come il mio attuale, piccolo, c’era moglie, c’era una delle figlie e dei ragazzi con cui lavoravo. Era un laboratorio, una cosa incredibile. Avevano allestito anche la mostra del design italiano in Triennale del 1995, mi sembra, del design italiano e mi ricordo che avevo un modellino dell’aeroporto di Osaka fatto da Lenzo Piano, un modello assicurato allora per non so quanti milioni di lire, mi tramavano le mani perché dovevo portarlo in Triennale, è stata una serie di incredibili esperienze. La chaise longue di cui parlavo prima: avevo fatto il modellino lavorando giorno e notte (perché ovviamente ti butti a capofitto) era venuto molto bene, l’abbiamo fotografato, la chaise longue fu realizzata come pezzo unico, fecero il vernissage in una galleria d’arte di Milano e la foto che vedo esposta non era quella della chaise longue realizzata, ma quella del mio modellino. Un’esperienza intensa, due anni e mezzo ho fatto con lui. Oggi vince molto l’aspetto commerciale ed economico ovviamente. Anche allora l’economia aveva la sua importanza, però alla base c’era qualcosa di molto più forte che si avvertiva nettamente ed era molto bello.
Poi succede qualcosa…
Eh sì, succede che sempre un amico di mio padre – la mia storia è fatta di queste cose – era il proprietario della Star Hotel. Mi invita a partecipare a qualche riunione, per sentire cose si dice e respirare un’aria diversa. Nel frattempo io lavoravo e studiavo, erano gli ultimi due anni allo IED. Vado alla riunione, poi ci torno una volta alla settimana, che diventano velocemente tre volte alla settimana. Sono passato dalla creatività allo stato puro alla razionalità allo stato puro, l’opposto. E’ stata la mia prima esperienza con un ambiente ricco di regole: allora Star Hotels aveva come modello la Jolly Hotel, la stessa camera replicata dappertutto perché i tempi di pulizia della camera dovevano essere quelli, la manutenzione non ci doveva essere, ottimizzazione, scelta dei fornitori e via dicendo. Il mio lavoro era replicare. Mi chiedevo cosa ci facessi lì. Poi arriva il grande cambiamento, nel 2001 arriva la figlia, Elisabetta, che adesso è Presidente e Amministratore Delegato del gruppo.
Suite, Hotel Gabrielli, Venezia
Simpatica, arrivava da New York con un’altra visione e voleva cambiare tutto. Io che avevo “Branzi dentro” fui subito attratto, mi disse “stiamo riprogettando un albergo a Bologna davanti alla stazione, era un quattro stelle, naturalmente business e non certo leisure, dovevo trasformarlo completamente, soprattutto nelle parti comuni. Devo fare la hall, di notte mi sveglio con l’idea del bar, questo bar particolare che c’è ancora, questo bar collegato a un tavolone, tipo un fratino moderno, la mattina dopo ne parlo a Elisabetta e lei è impazzita. E da lì è iniziata una nuova storia, il mio 2.0, Branzi aveva bussato di notte, è stato meraviglioso perché da lì ho progettato ogni albergo con una propria anima, mai una replica del precedente.
Lounge, Hotel Imperiale, Roma
Tu hai iniziato a parlare di sostenibiltà in tempi non sospetti.
La sostenibilità può essere tante cose. Io nel 2011 ho fatto l’Eco Hotel a Milano, è stato il primo hotel sostenibile, è stato un significativo successo, tuttora funziona, dopo diversi anni va benissimo ed è ancora esattamente come l’ho progettato. Fare sostenibilità nell’hotellerie è complicato: un albergo è onnivoro, è aperto, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, deve dare comfort agli ospiti, consuma senza pause.
Devi per forza accettare qualche compromesso, ma ogni volta devi comunque fare qualcosa nella direzione del green: mi ricordo all’Eco Hotel c’era anche il Banco Alimentare e avevamo progettato il recupero dell’acqua saponosa che usavamo per i cateteri di risciacquo. La differenza la fa comunque l’imprenditore, il progettista arriva fino a un certo punto. Ma una piccola cosa moltiplicata 24 ore e per 365 giorni comincia ad essere non più piccola.
Suite Deluxe, Hotel Imperiale, Roma
L’ultimo arrivato è il Gabrielli a Venezia.
Lo abbiamo aperto il 25 agosto, è stato il progetto più lungo che ho fatto, 4 anni tra progettazione e realizzazione. Abbiamo recuperato quasi 700 tra appliques e lampadari di Murano che arredavano il Vecchio Gabrielli, fatti restaurare e riposizionati in maniera diversa: questo per me ha rappresentato il legame con quello che era la preesistenza e c’è un senso di sostenibilità, se posso non butto via, recupero. Poi succedono cose belle: siamo a fine agosto, il Gabrielli è stato appena aperto, mi arriva una mail di una signora straniera che vive a Venezia. Pensavo fosse un lamento o una critica e invece la mail recitava così “Io sono una signora che abita qui intorno, che porto i in giro i cani intorno all’albergo, sono anni che vedo i lampadari e gli immobili antichi uscire dall’albergo per liberarlo per i lavori, poi rivedo lampadari e mobili antichi tornare indietro e riaccende questo luogo che era grigio e buio in cui lei ha ridato una nuova vita. Questa cosa ha un valore inestimabile.
Suite, Hotel Columbus, Firenze
I tuoi progetti sono ricchi, ma in un angolo del tuo cuore c’è spazio per un progetto di hospitality essenziale ed economico, ma sempre alla “Auletta maniera”?
Tanti anni fa con il Elisabetta Fabbri parlavamo della possibilità di creare una catena di tre stelle, di tre stelle però interessanti, attuali, io ci credo molto, io credo molto perché oggi l’ospitalità ha avuto un boom e l’ospitalità per me è la moda nel design. Noi sperimentiamo come sperimenta la moda, sperimentiamo e poi tante persone che vanno in albergo dicono “che bell’idea la voglio anche a casa mia”. I 4-5 stelle oggi sono diventati difficilmente accessibili dal punto di vista economico.
Un 3 stelle democratico, ma ben progettato, che abbia una bassa manutenzione, quindi sostenibile dal punto di vista del conto economico. Basta che gli dai un piccolo angolo per il la colazione, ma con delle camere comode e un mood che esca dal concetto dello studentato, che per me è un altro pianeta ancora. Io credo che sia un gran bel progetto. Bisogna trovare l’imprenditore che abbia questa visione.
Suite, Hotel Columbus, Firenze
C’è un progetto che hai visto e che avresti voluto fare tu?
No, ma ho nel cuore un progetto che vorrei fare, ma non so proprio se questo sogno si avvererà. Tempo fa dei miei clienti mi hanno portato a visitare un immobile qui di Milano che era una scuola, che non lo è più. Era la mia scuola, il mio asilo quando ero bambino, poi le elementari e le medie. È in affitto in realtà e loro volevano trasformarlo in albergo. Io sono stato a visitare tutte le vecchie aule, l’ufficio della preside, ho fatto tutte le foto, i bagni dell’asilo, tutti in mosaico, un’opera d’arte, questo è il sogno della mia vita: poter trasformare un luogo dove io ho mosso i miei primi passi e ho studiato. Purtroppo l’operazione non è andata a buon fine, però l’immobile è ancora lì.








