Carlo Ratti firma la torcia dei Giochi di Milano Cortina 2026 con un approccio di sottrazione, mettendo al centro la fiamma e la sostenibilità: materiali riciclati, bruciatore ricaricabile e un’estetica essenziale. Architetto e innovatore, Ratti è coinvolto nelle Olimpiadi anche con un progetto collaterale realizzato in collaborazione con Salone del Mobile.Milano: un padiglione urbano che poi sarà installato sulle Alpi, dove avrà la funzione di bivacco di alta quota. In questa intervista Ratti racconta il progetto della “sua” torcia – ma anche di visione, scelte e responsabilità del design contemporaneo.
La torcia olimpica è un oggetto dal portato emotivo e simbolico molto forte. È la prima volta che si confronta con un progetto che ha queste caratteristiche? Qual è stato il suo approccio, la sua chiave di lettura? Quali sono stati i criteri – richiesti dall’organizzazione ma anche definiti da lei – a cui ha fatto riferimento?
Fin dall’inizio abbiamo cercato di fare un passo indietro come designer per lasciare spazio alla vera protagonista delle Olimpiadi: la fiamma. Volevamo un oggetto capace di esaltare ciò che trasporta. Allo stesso tempo, abbiamo lavorato in stretta collaborazione con Cavagna Group per sviluppare un bruciatore avanzato, con Versalis per un combustibile bio-derivato e con il comitato di Milano Cortina per definire criteri e obiettivi. Il risultato è una torcia essenziale, realizzata con materiali riciclati e progettata per il riuso.


La torcia avrà una grandissima visibilità ed è destinata, giocoforza, a diventare un’icona globale. Questo ha influito nel progetto? Come si parla, in termini formali ed estetici, a un pubblico così vasto?
Abbiamo cercato una forma che non imponesse, ma accogliesse. La superficie in PVD è riflettente e cambia con l’ambiente. Si fonde con la neve, con il cielo, con il contesto che la circonda. La torcia non chiede di essere guardata. È lì per accompagnare e adattarsi. Ogni scelta estetica è stata fatta per concentrare l’attenzione sulla fiamma. Un taglio longitudinale rende visibile il cuore tecnico del bruciatore, rivelando la magia dell’accensione, esposta e condivisa.
Lei è conosciuto per il suo interesse nei confronti dell’innovazione tecnologica. Ci sono contenuti di questo tipo nella sua torcia? In cosa differisce – a parte l’aspetto meramente estetico – dalle torce delle passate edizioni? Quanto è durato il processo di progettazione/realizzazione?
Il bruciatore sviluppato con Cavagna Group è ricaricabile fino a dieci volte. Questo ci ha permesso di produrre un numero più limitato di torce (1.500 torce invece delle migliaia usate in altre edizioni). I metalli sono riciclati e il combustibile è un bio-GPL ottenuto da scarti agricoli. Abbiamo lavorato per un anno, cercando sempre di semplificare il più possibile. Anche la fiamma è diversa: non blu, come spesso accade, ma gialla e viva. Richiama il fuoco naturale, più vicino all’idea originaria di calore e condivisione.


La storia della torcia olimpica ha coinvolto diversi progettisti importanti (mi viene in mente Nervi, ma non è certo il solo). Tra tutte quelle usate nelle precedenti edizioni dei Giochi, ce n’è una a cui si sente vicino?
Forse farei riferimento a quella disegnata da Sori Yanagi per Tokyo 1964 e Sapporo 1972. Era una torcia sobria e precisa, priva di retorica. Parlava con poco, ma in modo chiaro. Anche noi abbiamo cercato una forma che lavorasse non per aggiunta, ma per sottrazione.
Nel progettare la torcia sono emersi spunti o idee che potranno essere utilizzati anche in altri ambiti?
Credo di sì. Il principio che ha guidato tutto il lavoro è stato quello di togliere. Non aggiungere funzioni, ma alleggerire. È qualcosa che vale anche in altri progetti: la sostenibilità inizia nell’usare meno materiali.

Parlando di design: la disciplina è diventata negli ultimi anni molto più “pop” che in tutta la sua storia. A cosa si deve, secondo lei, questa attenzione da parte del pubblico? Lei crede che il pubblico sia cresciuto? Se sì, a cosa è dovuto questo fatto?
Forse la maggior attenzione a una cultura visiva, che vediamo anche in rete (Instagram, emoji, ecc.). E poi per un crescente interesse verso l’innovazione. Oggi il design si riconosce anche nei dettagli tecnici. Nel caso della torcia, ad esempio, abbiamo lavorato sul flusso d’aria per stabilizzare la fiamma durante il movimento. È una scelta funzionale che incide anche sull’estetica. Sono aspetti che magari non si notano subito, ma chi osserva con attenzione li coglie. Ed è bello vedere che il pubblico è sempre più pronto a farlo.
Ancora sul design: quali sono, secondo lei, gli ambiti in cui l’umanità ne ha maggiormente bisogno? E perché?
Oggi abbiamo bisogno di un design che ci aiuti ad adattarci. Ai cambiamenti climatici, ma anche a quelli sociali e demografici. Dobbiamo imparare a convivere con condizioni nuove e spesso imprevedibili. Il design può aiutarci ad affrontarle con intelligenza. È un tema che abbiamo esplorato anche alla Biennale Architettura di Venezia, che ho avuto l’onore di curare con il titolo Intelligens. Natural, Artificial, Collective.







