Nata a Teheran e cresciuta tra Stati Uniti, Germania e Francia, India Mahdavi ha costruito una carriera che riflette il suo percorso cosmopolita. Oggi vive a Parigi, dove guida uno studio – fondato nel 2000 – capace di muoversi con naturalezza tra architettura, interior design, scenografia e progettazione di oggetti. I suoi spazi emanano personalità: ambienti accoglienti e internazionali, in cui la raffinatezza incontra la disinvoltura, spesso illuminati da un sottile senso del gioco. Maestra del colore e poliglotta istintiva, Mahdavi ha elaborato un vocabolario progettuale immediatamente riconoscibile. Dal 2020, grazie ai due spazi espositivi vicini al suo studio, sostiene inoltre giovani creativi, offrendo loro un luogo dove sperimentare e farsi notare. La sua influenza sul design contemporaneo continua a crescere e nel 2015 è stata insignita del titolo di Officier des Arts et des Lettres per il suo contributo culturale.


Cosa l’ha spinta a intraprendere una carriera nell’architettura e nel design?
Ho studiato architettura e mi sono formata come architetta, ma non ho mai desiderato esserlo davvero. Volevo fare cinema. Ho scelto architettura perché pensavo mi avrebbe dato una visione ampia dello spazio. A un certo punto mi interessavano le scenografie. Ma una volta terminati gli studi a Parigi, ho capito che i tempi dell’architettura erano troppo lunghi: avevo bisogno di vedere le cose accadere più in fretta. Così ho iniziato a lavorare con Christian Liaigre, che non si occupava solo di spazio, ma anche di design e produzione. Mi affascinava il suo approccio ai materiali, al saper fare – partire da un oggetto e costruirci intorno, il contrario del processo architettonico. Quel ritmo, quel dialogo con materia e colore, mi sembrava molto più vivo. Poiché mi era sempre piaciuto il cinema e le scenografie, ho capito che l’interior design mi avrebbe permesso di affrontare lo spazio come una narrazione. Progettare un luogo pubblico è simile a realizzare un film: ci sono la produzione, il committente, lo scenario; e chi vive lo spazio diventa attore della propria storia.
Da dove nasce questa passione per il cinema?
È sempre stata legata all’idea di vivere un’altra vita, una vita fantastica. È connessa anche a una visione profondamente estetica del mondo. Prima di iniziare Architettura, ho passato un anno andando al cinema tre volte al giorno. Parigi per questo è perfetta: tante sale indipendenti, festival, rassegne, dai musical ai film italiani. Vederne così tanti educa l’occhio ai luoghi fotogenici – un bagaglio che poi utilizzi nel lavoro.

Qual è stato il primo progetto importante, quello che le ha dato visibilità?
Direi che ci sono due fasi: prima e dopo Instagram. Ho aperto lo studio intorno al 2000, ma lavoravo già dal ’98 o ’99. Prima di Instagram lavoravo soprattutto all’estero: il Townhouse Hotel a Miami, l’APT club a New York – molto narrativo, quindi vicino alle mie passioni – poi l’hotel Condesa DF a Città del Messico. All’epoca le riviste francesi non pubblicavano molto progetti internazionali, quindi ero più conosciuta in America che in Europa. Poi è arrivata l’era Instagram. Quando ho progettato la pink gallery di Sketch, a Londra, è diventata virale. Era l’inizio di Instagram e quel progetto mi ha dato nuova visibilità europea. Era talmente fotogenico da diventare un’immagine autonoma, quasi indipendente da me. Sì, esiste un prima e un dopo Instagram nella mia carriera.
Quali sono i fondamenti del suo linguaggio progettuale?
Vi aspettereste che dica il colore – e il colore c’è – ma credo ci sia anche un elemento giocoso, e il gioco è una cosa seria. Spesso non gli si dà valore, ma è essenziale. Abbiamo bisogno di gioco, di colore, di gioia, soprattutto oggi.
Il mio lavoro riguarda la creazione di momenti di presenza e felicità. E sì, uso l’ornamento – non ne ho paura. L’ornamento dà una nuova identità a un luogo. Fa parte del mio linguaggio, insieme ai pattern e al colore, per creare spazi che ti avvolgono.


Lavora sia su progetti privati che pubblici. L’approccio è lo stesso?
No. Gli interni privati sono come ritratti: progetti per una persona specifica. Lavoro come un fotografo: il cliente è il mio soggetto e lo spazio deve rifletterne la personalità. Devi ascoltare lui, ma anche la struttura esistente, l’artigianato locale, le risorse del luogo. Cerco sempre di preservare ciò che si può salvare e costruire attorno a questo. Negli spazi pubblici, invece, si tratta di definire un’identità. Integrando funzioni e flussi, cerchi anche di far sì che lo spazio viva da sé, che abbia una propria autonomia. Come la galleria di Sketch: ha sviluppato una sua identità, indipendente da me. Metti al mondo qualcosa e poi quella cosa vive la sua vita.
A cosa sta lavorando ora?
Sto seguendo vari progetti residenziali a New York, Parigi, nel sud della Francia, a Saint-Tropez, a Gstaad. Ho appena completato un museo in Norvegia e una residenza d’artista ad Arles, e sto collaborando di nuovo con Villa Medici a Roma, sugli ambienti legati alla cosiddetta “camera turca”. Ma sono molto impegnata anche con quello che chiamo il mio “ecosistema creativo” in rue Las Cases, dove è il mio studio: Petits Objets, un negozio; uno showroom con i miei arredi; la Project Room, uno spazio libero per mostre ed eventi; e la Tiny Room, dedicata ai designer emergenti come Wendy Andreu, Carlès & Demarquet, Serban Ionescu. È un programma che richiede tempo, ma fondamentale. Si tratta di costruire una comunità, dare voce alle nuove generazioni, avviare dialoghi. La co-creazione, per me, è sempre più interessante che stare al centro di tutto. Sono arrivata al punto in cui è bello aprire porte, sostenere altri, condividere. È creatività attraverso il saper fare, la collaborazione e la nascita di nuove voci.







