Bepi Povia - Photo © Beyond
Bepi Povia - Photo © Beyond

Il relatore ideale per un master sulla sostenibilità potrebbe essere Bepi Povia, contadino e progettista con una visione chiara di sostenibilità autentica, lontana dai fronzoli di mercato. La sua è una strada fatta di regole ferree, ma che, con competenze e strumenti giusti, sa sorprendere, applicandosi con la stessa efficacia a progetti economici e a resort iper stellati. Dalla Puglia a Londra, passando per Milano, ha costruito partnership per integrare la sua attività con competenze specifiche e indispensabili. L’amore per la sua terra, la Puglia, è stato il punto di partenza per progettare anche lontano. Ma sempre con saldi principi radicati a casa, dove torna regolarmente per non dimenticare le sue radici e ripassare la lezione del territorio.

Ho letto la presentazione della masseria e c’è questo aspetto dominante legato alla sostenibilità e al territorio, adesso mi dici che diventi partner di uno studio internazionale che forse nelle masserie a poco a che fare. Londra non ha le stesse caratteristiche di Milano.
È semplicissimo. In realtà alla fine si tratta di creare… nessuno dei due ha fatto il primo passo. Io e Davide Padua, CEO di Design International a Londra, ci siamo conosciuti sette anni fa in Puglia, dove lui ha una bellissima casa e io gli ho dato un po’ di consigli. Lui si è innamorato un po’ anche della mia figura, mezzo agricoltore e mezzo designer e adesso siamo formalmente partner. La cosa più importante però è capire che oggi qualsiasi studio internazionale ha bisogno di calarsi in una proiezione etica e locale del progetto.

Forse tutti hanno bisogno di local esperti?
Sì, certamente, perché poi alla fine bisogna calare il progetto in una realtà. La collaborazione con Design International ha assunto una dimensione maggiore quando anni fa alcuni investitori internazionali (developer e real estate) che già seguivo, manifestarono un forte interesse a investire nell’hospitality in Puglia e io ho voluto e dovuto necessariamente chiedere a Davide Padoa un supporto progettuale strutturato e organizzato come quello di Design International. Il progetto – Masseria AuraTerrae a Polignano, inaugurato nel 2023 – è diventato una realtà totalmente pugliese, tutto il concept ha lo spirito local e con la mia filosofia, però lì c’è una mano esperta, tutta la tecnologia della masseria è realizzata sotto la piscina in una torre sotterranea di quattro piani che contengono le cisterne delle acque meteoriche, gli impianti di tutto il complesso, tutta la parte di gestione del verde (24 ettari di parco agricolo) e poi ovviamente anche la piscina. C’è una fotografia che è stata premiata dove si vede uno zigurrat di muri a secco che copre l’impianto sotterraneo insieme a delle costruzioni scalettate tipo Maja. La Masseria AuraTerrae è un esempio concreto di come si possono progettare interventi anche importanti per una costruzione che, nonostante originariamente fosse una vecchia cisterna per l’irrigazione, è in un’area completamente vincolata dalla sovrintendenza, con vincoli idrogeologico e agricoli, dove non si poteva costruire nulla. Il progetto della masseria è stata un’osmosi continua di competenze, tanta ingegneria e tanta tecnologia unite a un progetto con una filosofia precisa e local che faceva stare in piedi tutto senza toccare il territorio e questo ha convinto la Sovrintendenza.

Hai spesso a che fare con developer e investitori mi pare..
Si assolutamente e da molto tempo, in Colombia in questo momento, per esempio, abbiamo un progetto di hospitality che stiamo sviluppando per un grande investitore che non posso citare per ovvie questioni di privacy. Lavoro quasi sempre parlando con il primo livello: c’è un real estate, c’è un developer, poi si sceglie l’operatore, si fa un contratto e se funziona sono contenti tutti. In questo caso il developer è una grande società americana legata a un fondo. Ma poi i nomi contano fino a un certo punto, nel mio contesto conta la sostanza, poi i nomi se si possono dire bene, se non si può non è un problema. Nelle fasi preliminari, quando ancora non c’è nulla di firmato è comprensibile che ci sia la massima riservatezza, certi progetti – e questo è uno di quelli – per dimensione e budget sono appetibili a molti operatori del settore.

Un tuo collega mi ha detto che la sostenibilità nella progettazione è una comodity, che ne pensi?
Il mio punto di vista è che sì, è vero, è una comodity a tutti gli effetti, tanto è vero che ne parlano tutti come se fosse il gas o la luce. Però cosa significa questo? Se oggi dobbiamo disegnare in Colombia un resort 5 stelle che forse diventeranno 7 abbiamo a che fare con una realtà dove la natura è incontaminata. Qual è l’elemento sostanziale e fondamentale perché questo resort abbia successo? Lo sostengo da un po’ di anni: fare un progetto che guardi radici del luogo e di chi ci vive, dobbiamo essere più psicologi e antropologi, entrare nel territorio, creare un’architettura che non porti elementi aggiuntivi ma sottrattivi. Fare sostenibilità in quel luogo significa non cancellare un milione di metri cubi di legno. La domanda è: quel territorio può oggi assimilare un’impronta ecologica fatta di cemento (perché quello è il materiale che oggi abbiamo)? Il cemento non è l’unica tecnologia, stiamo lavorando verso altre direzioni. Nel caso specifico del progetto stiamo lavorando con quei giganteschi pantografi che lavorano con il CAD CAM, per intendersi costruiscono le case, le architetture vengono pensate già con il materiale che viene dal luogo, naturalmente misto agli inerti che lì non si trovano ma sono necessari e comunque naturali e quindi sostenibili. La sostenibilità diventa l’elemento fondamentale, magari nascosto, ma esiste ed è concreto. Quello che noi (e quasi tutti) proponiamo nei resort è l’esperienza, il punto in cui il viaggiatore e il luogo si incontrano e creano le due parti di un cuore, ma se in mezzo alla giungla proponi un gigante di cemento gli ospiti, giustamente, se ne vanno.

 

Secondo te costruzioni di questo tipo avrebbero bisogno di un loro bilancio di sostenibilità come fanno alcune aziende?
Assolutamente sì e bisognerebbe raccontarlo con modalità corrette e comprensibili. Noi lavoriamo già con il protocollo Itaca, che ovviamente è un protocollo nazionale, ma in Puglia sta facendo ancora più proseliti di quanto si possa immaginare. Il protocollo Itaca dà la possibilità attraverso un’Analisi SWOT (l’analisi SWOT è uno strumento strategico che valuta Strengths – punti di forza, Weaknesses – punti di debolezza, Opportunities – opportunità e Threats – minacce) di un’azienda, progetto o persona, per supportare la pianificazione strategica e decisionale) di capire quanto noi stiamo apportando e quanto stiamo sottraendo e già questo è una prima cosa, basterebbe raccontarlo bene in maniera molto semplice e pulita senza tecnicismi e fumosi giri di parole e penso che il nostro utente all’arrivo in un resort costruito con queste logiche invisibili possa capire quanto abbiamo sottratto dalla natura e quanto invece stiamo dando alla natura. E il marketing avrebbe un prodotto sano e leale da raccontare. Dal punto di vista delle certificazioni europee esiste l’SFC, un soggetto che monitora la filiera del legno, ha un protocollo secondo me efficace ma mi pare sia ben poco conosciuto.

Che rapporto hai con i fornitori di cui inevitabilmente hai bisogno?
Meraviglioso, il design per me è fondamentale. Facciamo l’esempio di Talenti. Ho un rapporto personale con la proprietà, son persone che hanno capito che il design è importante, hanno scelto dei designer bravissimi e questo è un elemento fondamentale. Per tutto il resto degli arredi nella grande maggioranza dei casi è tutto custom, perché quando parliamo di architetture storiche, a meno che non si voglia fare un progetto di rottura, utilizzo l’artigianalità locale.

C’è qualcuno dei designer e progettisti di oggi che ti piace e che guardi con interesse?
Onestamente mi piacciono quasi tutti perché a me piace il design, lo ammiro, lo guardo, ma al tempo stesso mi sento da loro, nel senso che alla fine capisco bene che la mia natura, la mia indole è completamente legata a questa terra. Anche quando racconto del vino, racconto del materiale che faccio, di come vado sul trattore, cose che non hanno niente a che vedere con quel mondo.