Mantenere alta la tensione

Nel panorama di sviluppo architettonico-urbanistico della Penisola arabica forze, obiettivi e direzioni divergenti generano grande tensione creativa e identitaria, in una continua dialettica fra modernità e tradizione, patrimonio storico e visione sul futuro, high-tech e sostenibilità

King Abdullah Financial District Metro Station, Riyadh - Photo © Hufton+Crow
King Abdullah Financial District Metro Station, Riyadh - Photo © Hufton+Crow

Nella 19a Mostra internazionale di architettura di Venezia le partecipazioni nazionali di Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar quest’anno hanno proposto e analizzato temi della progettazione di architetture e di città fondamentali per il mondo arabo, e non solo. Il progetto The Um Slaim School: An Architecture of Connection, curato da Beatrice Leanza, con Sara Almutlaq, per il padiglione dell’Arabia Saudita “expounds upon the architectural heritage of Riyadh in relation to ecology, identity, and urban-making, advancing how local places of knowledge can address the urgencies of a rapidly evolving world—in Saudi Arabia, the Arab region, and beyond”. I luoghi della conoscenza diventano ‘ancore’ in un contesto culturale e sociale in rapida, continua evoluzione, insieme ai luoghi di aggregazione.

King Abdullah Financial District Metro Station - Photo © Hufton+Crow
King Abdullah Financial District Metro Station – Photo © Hufton+Crow

Traces, presentata nel padiglione dell’Oman alla sua prima partecipazione e curata dall’architetta Majeda Alhinai, è uno studio sulla logica spaziale e sociale della Sablah, il tradizionale spazio comunitario omanita, un luogo «posizionato all’incrocio tra tradizione e adattabilità», una piattaforma in cui si incontrano «ospitalità, dialogo e coesione sociale tra le generazioni». Il concetto ’esteso’ di ospitalità (e di aggregazione) è il cardine della duplice mostra organizzata dalla partecipazione del Qatar, Beyti Betak. My home is your home, curata da Aurélien Lemonier e Sean Anderson, con Virgile Alexandre: «Con opere significative di architettura moderna e contemporanea provenienti dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dall’Asia meridionale, Beyti Beytak esplora gli spazi dell’ospitalità su più scale negli ultimi 85 anni.

L’ospitalità in architettura è un’estensione dei valori civici ed etici, intesa come un insieme di contesti diversi: il museo e la moschea, il giardino, il centro comunitario e gli spazi pubblici». Aspetti di una identità culturale e architettonica che non può non confrontarsi con urgenti (e globali) questioni quali la resilienza in un clima estremamente caldo, come dimostra l’installazione Heatwave del padiglione del Bahrain, premiata con il Leone d’Oro, che «prevede spazi pubblici adattabili che mitigano gli effetti del caldo estremo promuovendo al contempo l’interazione sociale e la resilienza della comunità», o la correlazione fra architettura, progettazione e i metodi locali di produzione del cibo trattata in Pressure Cooker nel padiglione degli Emirati Arabi Uniti dalla curatrice Azza Aboualam.

Banyan Tree AlUla
Banyan Tree AlUla

Si tratta di proposte concrete che sembrano voler mettere a punto nuove narrative, e nuove soluzioni, in grado di ‘correggere’ la narrazione dominante di una accelerata quanto pianificata espansione urbana che caratterizza dagli anni Novanta i paesi della penisola arabica, in particolare quelli legati alle ricchezze dell’economia del petrolio. Un panorama di (mega)sviluppo architettonico-urbanistico caratterizzato da forze, obiettivi e direzioni divergenti che generano grande tensione creativa e identitaria. Uno di questi vettori di sviluppo è sicuramente verso l’alto. La prima dal punto di vista cronologico e la più evidente nella sua spettacolarità, con la proliferazione di tall e megatall grattacieli mixed use, con la corsa all’edificio più alto o alle forme più iconiche, con le strutture tipiche dell’architettura globale e tecnologie costruttive all’avanguardia, opere realizzate come simboli di prosperità e di ricerca di una diversa identità da parte di governi e investitori locali con il coinvolgimento di studi di architettura internazionali, imprese architettoniche che sicuramente attraggono investimenti ma che spesso non contribuiscono a un contesto urbano coeso o coerente.

Diriyah Art Futures - Photo
Diriyah Art Futures

Una seconda direttrice porta verso la costa e le ricchezze naturali dell’ambiente marino, espressa dalla volontà di recupero delle linee d’acqua e di costa, e dalla proposta di un turismo e di ospitalità internazionale con strutture ricettive e servizi turistici di superlusso. Dopo la realizzazione di opere ingegneristiche colossali quali gli arcipelaghi artificiali di Dubai o Al Marjan Island nell’emirato di Ras Al Kahiamh, la pianificazione di un turismo forse più consapevole e in armonia con l’ambiente si concentra sul Mar Rosso saudita, dove Red Sea Global prevede l’apertura di un aeroporto e lo sviluppo di tre nuove destinazioni turistiche, The Red Sea, Amaala e Thuwal.

Shebara Resort, The Red Sea - © courtesy Red Sea Global
Shebara Resort, The Red Sea – © courtesy Red Sea Global

Al di là dei mega-progetti e degli sviluppi su larga scala (la sola Arabia Saudita ha oltre 50 progetti urbani ed economici nell’ambito della Vision 2030, tra cui i cinque giga-progetti di Qiddiya, Diriyah, Roshn, Neom e The Red Sea), un’altra direzione sta riportando l’attenzione sulla “terra”. Ciò comporta la valorizzazione del patrimonio architettonico esistente e dei sistemi di costruzione locali, l’integrazione con i paesaggi naturali e costruiti e la creazione di spazi pubblici vivibili e condivisi, spesso privilegiando le medie e piccole dimensioni. Un numero crescente di progetti di aziende locali sta abbracciando il riutilizzo adattivo e le trasformazioni specifiche del sito. Questi progetti sviluppano un linguaggio che è allo stesso tempo contemporaneo e profondamente radicato nel contesto locale, utilizzando l’architettura come strumento di continuità culturale e di coinvolgimento pubblico in un ambiente in continua evoluzione.

In questo caso, è fondamentale preservare la memoria e il senso di appartenenza, mantenendo allo stesso tempo una visione orientata al futuro e rimanendo ricettivi ai linguaggi architettonici di altre culture, sia orientali che occidentali. In questa delicata transizione tra passato e futuro, la sostenibilità sembra essere un obiettivo centrale, costituendo la pietra angolare di un approccio che fonde tecniche tradizionali (torri eoliche, canalizzazione dell’acqua, materiali da costruzione locali, tetti piani, volumi chiusi e stretti percorsi di collegamento) con le moderne tecnologie. La rigenerazione del sito UNESCO della città vecchia di AlUla, promossa dalla Royal Commission for AlUla (RCU), ne è un esempio emblematico.

Shebara Resort, The Red Sea - © courtesy Red Sea Global 2
Shebara Resort, The Red Sea – © courtesy Red Sea Global 2

Mentre questa regione continua ad evolversi, in un clima di tensione dialettica tra tradizione e modernità, patrimonio storico e trasformazione contemporanea, forse vale la pena lasciare che questa tensione tra direzioni divergenti rimanga “irrisolta”? Trovare un equilibrio tra queste diverse forze e aspirazioni potrebbe consentire all’architettura e alle città, in senso lato, di diventare terreno fertile per la sperimentazione, la creatività, la formazione dell’identità e una reinterpretazione della storia e del contesto?