Apothéose, Tokyo, Japan, design Space Copenhagen - Photo © Joachim Wichmann
Apothéose, Tokyo, Japan, design Space Copenhagen - Photo © Joachim Wichmann
DATA SHEET

Locantion: Tokyo
Interior design: Space Copenhagen
Furnishings and lighting: &Tradition, Sorensen, Benchmark, Michael Anastassiades
Fabrics: Kvadrat, Dedar
Photos: Joachim Wichmann

Il ristorante si trova all’ultimo piano della Toranomon Hills Station Tower, un grattacielo di 49 piani progettato da OMA e Shohei Shigematsu. L’ingresso alla nuova creazione dello chef stellato Michelin Keita Kitamura, curata da Space Copenhagen, avviene attraverso un’imponente doppia porta, impreziosita da un’incisione grafica e due barre in ottone brunito.

Elementi scultorei realizzati su misura, come quelli dalle forme arrotondate della postazione di accoglienza nell’area lounge, luminosa e arredata con piccole sedute confortevoli, conducono sia alla terrazza che alla sala da pranzo, estremamente luminosa, con 40 coperti, cucina a vista e una vista sconfinata sulla città. La luce naturale esalta le tonalità delicate del rovere, della pelle e dei tessuti scelti per rivestimenti a parete e a pavimento, sedie, tavoli e divani, così come i toni scuri del rivestimento in ottone brunito che delimita la cucina. Un altro elemento scultoreo, un’isola in pietra naturale grigia, funge da postazione per i camerieri e da ponte tra la cucina e gli ospiti, mentre altri pannelli in legno disegnano e separano una piccola sala privata.

L’arredamento è un concentrato di maestria artigianale, materiali naturali di alta qualità ed equilibrio cromatico, e l’atmosfera risulta leggera e invitante. Dopo 15 anni trascorsi a Parigi, lo chef desiderava uno spazio funzionale e accogliente dove poter realizzare una fusione tra la gastronomia francese e il terroir giapponese. «Dal salone di benvenuto alla cucina a vista con ampie vedute sullo skyline di Tokyo, ogni elemento è stato attentamente studiato per offrire un’esperienza culinaria elevata, che unisce eleganza a un senso di comfort», affermano Peter Bundaard Rützou e Signe Bindslev Henriksen.