Superstudio Più compie venticinque anni. Al suo debutto, furono protagonisti Giulio Cappellini e altri designer destinati a diventare punti di riferimento nel panorama del design internazionale. Può raccontarci le tappe fondamentali nell’evoluzione di Superstudio Più?

Anno 2000: l’apertura di Superstudio Più nella fabbrica appena acquistata dalla General Electric e la decisione improvvisa di Giulio Cappellini che, invitato a vedere lo spazio, in un attimo decide di trasferire lì la sua presentazione prevista al Salone del Mobile poco più di un mese dopo. Fu l’inizio della rivoluzione.
Anno 2001: la vera inaugurazione, sotto il titolo di Design Connection, con la grande e innovativa presentazione di Cappellini azienda e dei suoi giovani designer d’avanguardia e con la collettiva di Via, il gruppo francese che valorizzava i nuovi talenti, portatomi da Cristina Morozzi, più alcuni altri eventi in zona, dando il via al design diffuso nel quartiere.

Anno 2009: la trasformazione in senso culturale e emozionale dell’evento design al Superstudio avviene con il cambio di titolo Temporary Museum of New Design, e il claim “meno fiera e più museo”.
Anno 2015: cambio di nome e cambio di prospettiva. L’evento diventa Superdesign Show, allineandoci alla tendenza che superava il design tradizionale legato all’arredo e al binomio forma/funzione per entrare in modo eclettico in tutti gli oggetti quotidiani, dallo spazzolino da denti al sex-toy all’automotive, sdoganando il kitsch, il ludico, il funny, l’immaginazione e la tecnologia in tutti i sensi. Da museo a show: da allora il nuovo evento è spettacolare, pop, esperienziale, sperimentale, futuribile, aperto ai giovani e ai mondi emergenti e lontani, con una attenzione al Far-East, in piena evoluzione.

Come e perché Cappellini scelse Superstudio, che all’epoca era utilizzato esclusivamente per la moda?
Mi legava a Cappellini un’amicizia legata da una collaborazione su Donna Design, la rivista allegata a Donna che negli anni ‘80 dirigevo. La cittadella della moda che ha cominciato a cambiare la zona Tortona è stata il primo Superstudio 13, a poca distanza. Il nuovo Superstudio Più aveva ambizioni più grandi, più complesse. Credo che Giulio se ne sia innamorato a prima vista, condividendo l’idea di fondo. È diventato fin da allora anche il nostro art-director, con un feeling che ci fa pensare sempre allo stesso modo, anche a distanza.


Spesso il Fuorisalone è descritto come ormai troppo vasto, dispersivo; cosa ne pensa?
Penso che sì, stiamo esagerando. Non è facile preservare la qualità quando ti scontri con la quantità. I messaggi diventano confusi, le linee si perdono, la competitività eccessiva è negativa, il controllo impossibile, i mille e più eventi incomprensibili. Tutto quello che la città ha conquistato in termini di attrattiva, interesse, unicità, cultura, rischia di trasformarsi in un Oktoberfest nostrano, dove la cosa principale è la caccia all’aperitivo e ai gadget gratuiti. Un rischio già sfiorato e superato dopo l’eccesso di successo dei primi anni. Che ora si ripropone in modo esponenziale.

Nel corso della sua carriera si è occupata molto di moda. Quali ritiene siano i principali punti di contatto tra moda e design?
Certamente la ricerca: del bello, del nuovo, del giusto, della unicità, della creatività, della felicità. Il cammino di moda e design racconta la società del momento, il progresso, la capacità del fare, il genio umano. Ora bisogna fare attenzione a non fare gli stessi errori e a evitare gli stessi pericoli di crisi.

Superstudio Più celebra il suo venticinquesimo compleanno con un concept audace per il Superdesign Show di questa mdw: Happiness – Direction, Challenge, Vision. Come si concretizza, secondo lei, il concetto di felicità attraverso il design?
Cercavo un tema che, in questo periodo buio, ci desse speranza. “Happiness” mi è sembrata la risposta più sintetica. Le nostre case, gli ambienti del lavoro, i luoghi del tempo libero sono il nostro mondo. Quando ci regalano bellezza, comfort, serenità, piacere, attraverso gli arredi e gli oggetti di cui sono composti, ecco che il “design” — ma anche l’artigianato, l’architettura, la tecnologia umana — ci dà felicità.
Ha progetti o sogni in cantiere per il futuro?
Un sogno: fermarmi e fare tutto quello che, lavorando sempre, non sono riuscita ancora a fare. Un progetto: mettere le basi perché Superstudio cresca ancora e arrivi in corsa al traguardo dei 50 anni (sono già 43) grazie all’inserimento della seconda generazione di famiglia al comando. E magari ai 100, che vedrò da lassù.







