Un design che vuole superare il binomio forma/funzione a favore dei prodotti che popolano la nostra vita quotidiana. Che in questo modo diventano nostri compagni di un viaggio che li trasforma: le lampade illuminano i nostri pensieri, i tavoli si trasformano in elementi atti ad animare la convivialità. Ma non solo. In questa edizione di 3daysofdesign, conclusa il 14 giugno, è andato in scena un pensiero progettuale che ha invitato tutti, progettisti, aziende e visitatori, a esplorare nuove strade per far nascere idee non convenzionali. Oltre a ideare, in ogni distretto, dei dreamscapes (il tema di questa edizione era Dare to Dream, “osa sognare”): luoghi dove potersi fermare a riflettere, a sognare ma anche a condividere la propria esperienza durante il festival.


Siamo partiti proprio da qui per cercare di capire, attraverso alcune testimonianze, il perché 3dod suscita tutto questo interesse. E quale sia il suo ruolo all’interno del panorama del design. «La differenza fra 3dayofdesign e il Salone di Milano è data da una scala diversa: qui tutto è più piccolo e gestibile», spiega Marco Sammicheli, curatore per il settore design, moda e artigianato di Triennale Milano e direttore del Museo del Design Italiano.


«Inoltre questo festival punta sull’atmosfera: è un susseguirsi di interni (palazzi, showroom, piccoli monumenti, laboratori), che vengono animati da delle presentazioni e non esiste una fiera. È un evento molto piacevole che gioca in un campionato diverso dal Salone del Mobile.Milano: quest’ultimo è in Champions League mentre 3DD è una manifestazione molto piacevole radicata in un contesto che ha una lunga tradizione nel design e attrae una comunità, dai giornalisti alle aziende ai designer, che arrivano da tutto il mondo e che qui si ritrovano», prosegue Sammicheli. «Oggi è diventata il riferimento del design scandinavo superando Stoccolma, grazie a un calendario favorevole: essendo d’estate c’è un piacevole mood, non si capisce se si è in vacanza o se si sta lavorando. Ci sono poi una serie di realtà che, pur venendo anche a Milano, si possono osservare nel loro habitat e si riescono a comprendere meglio».


Per Sandro Marini, Communication Director e Art Director di Fenix, «il successo di 3dod è dovuto alla capacità di poter vivere la città passando uno spazio all’altro facilmente, immergendosi nel loro design e nella loro cultura. Ma c’è anche il piacere di sentire il racconto del percorso completo di un progetto, in totale trasparenza, rivolto a tutti e non solo agli addetti ai lavori. Come progettista apprendi, come consumatore apprezzi».
Perché le aziende italiane trovano interessante partecipare a 3dod? «Per noi, che produciamo materiali, è da sempre un importante test di prova: qui anche il pubblico è molto esigente. Funzionare bene qua significa funzionare bene nel mondo», conclude Marini.


Il designer Luca Nichetto, da anni protagonista anche nel mercato scandinavo (ha studio anche a Stoccolma), afferma: «In questo momento l’industria danese è estremamente potente: le aziende crescono in maniera esponenziale. Con questa spinta, e un target completamente diverso rispetto al Salone, 3dod attira un pubblico più giovane, l’atmosfera è gradevole ed è molto inclusivo. Non penso che potrà diventare una piattaforma per le aziende straniere: potranno venire ma sarà più un’operazione di branding piuttosto che commerciale» – e sottolinea: «È una situazione bella con un’unica curatela e, per questo, ha un focus molto chiaro. Vengo qui dalla prima edizione ma non per vedere le novità di prodotto: per me è più un meeting point».

Gian Paolo Migliaccio, CEO di Ethimo spiega: «Sono venuto per la prima volta lo scorso anno: se ne parlava molto ed ero curioso di capire se poteva essere interessante per noi. Sono stato subito colpito dall’atmosfera colloquiale, poco autoreferenziale, aperta e molto democratica. Per noi è interessante venire per incontrare gli architetti scandinavi e del Nord Europa che a Milano non vengono più. È il posto perfetto per creare contatti, instaurare relazioni». Racconta invece la designer Giorgia Zanellato, dello studio Zanellato/Bortotto, che ha visitato quest’anno 3dod per la prima volta: «Mi è piaciuto molto il clima e il fermento che lo anima. Il contesto è fresco, curato e piacevole».


Infine abbiamo chiesto anche una riflessione a Signe Byrdal Terenziani, CEO di 3dod, sul perché questa manifestazione sta crescendo così tanto (quest’anno aveva circa 400 espositori distribuiti in 11 distretti). «Sostanzialmente per tre ragioni. La prima è che la Danimarca ha il design insito nel proprio Dna e venendo qua lo si riesce a percepire. Quando vai in una fiera come a Stoccolma o a New York non senti veramente l’anima del luogo: potresti essere ovunque. La seconda ragione è che è una manifestazione facilmente fruibile: puoi girarla in bici, a piedi o in barca e nel frattempo scoprire le bellezze di Copenhagen. E come ultimo aspetto, fondamentale, ho voluto creare insieme agli espositori un ambiente molto aperto, inclusivo. Si entra liberamente, chiunque può chiedere informazioni: siamo felici di accogliere chiunque. Questa atmosfera easy coinvolge anche i designer e gli addetti ai lavori che qui sono molto più disponibili rispetto ad altre manifestazioni». La frase finale scritta sui social da 3dod riassume forse il senso di questa edizione: Thank you for dreaming with us.







