Fogarty Finger: design interdisciplinare

Intervista a Robert Finger, co-founder con Chris Fogarty dello studio di architettura Fogarty Finger

BentallGreenOak headquarters, New York City
BentallGreenOak headquarters, New York City

Ispirato dalla cultura rinascimentale approfondita durante i suoi studi a Firenze, dalla gerarchia e dalla sequenza spaziale dell’architettura italiana e da un maestro del contemporaneo come David Chipperfield, la passione di Robert Finger per il progetto nasce sin da bambino quando utilizzava i patterns dei tappeti di famiglia come fossero strade e città. Una visione creativa che Robert e il suo studio Fogarty Finger – fondato nel 2003, oggi con sedi a New York, Atlanta e Boston – imprimono in ogni creazione, che sia una residenza, un public and commercial space, una destination hospitality, una location dedicata al gourmand… Con importanti clienti tra cui Vornado e Boston Properties e progetti esclusivi come il nuovo Dock 72 a Brooklyn Navy Yard, il Rockefeller Group Headquarters, il Platt Street Hotel, M2 Sky Bar & Lounge, il suo tratto stilistico svela un’estetica raffinata e suggestiva. Racchiusa in interior design di rara eleganza.

Amiamo avere tra le mani ogni aspetto dei nostri interiors. Negli anni abbiamo stilato una lunga lista di artigiani, produttori, artisti, e grafici con cui preferiamo collaborare per una visione dettagliata dei nostri progetti. Adoperiamo spesso arredi, accessori e sempre più opere d’arte su commissione per parlare della nostra visione, quanto della cultura dei nostri clienti.

Robert Finger

Robert, quando è iniziata la tua passione per l’interior design?
Ho sempre saputo di voler diventare un architetto. Il mio primo ricordo riguarda la creazione di strade e città con mattoncini di legno usando le fantasie dei tappeti grafici di mia nonna. Dal primo anno alla Scuola di Architettura alla Syracuse University, tutto cambiò. I miei strumenti erano più complicati dei mattoncini di legno e non avevo basi grafiche su cui costruire. Ma volevo ancora fare l’architetto.

Robert Finger - Photo © Andrea Feldman

Robert Finger – Photo © Andrea Feldman

BentallGreenOak headquarters, New York City

BentallGreenOak headquarters,
New York City

BentallGreenOak headquarters, New York City

Mi laureai nel 1993 ma non c’era molto lavoro da trovare a NYC. Mi fu chiesto di disegnare una linea di arredi per un piccolo brand di interior a Soho, come freelance. Pensai che sarebbe stato un esercizio facile, ma mi sbagliavo! Con carta e matita e nessuna conoscenza della storia dell’arredo o della scala dei prodotti, trascorsi molte notti a dover imparare. Questo fu l’inizio del mio amore per l’interior. Più tardi, quando mi fu chiesto di progettare spazi, sviluppai una vera passione per questo settore. 

Quale Maestro di Architettura ti ha particolarmente ispirato?
Trascorsi il mio primo anno universitario a Firenze, studiando i grandi artisti e architetti del Rinascimento. La loro padronanza dello spazio interno è altamente razionale e di forte impatto. Ma ciò che veramente imparai in Italia è l’importanza della gerarchia e della sequenza degli spazi. David Chipperfield è un architetto contemporaneo che ammiro per il suo senso di creare spazi sia su grande che piccola scala. Credo che sia estremamente bravo con la proporzione, i dettagli e la creazione di modelli. A un primo sguardo la sua palette materica sembra semplice, ma non lo è mai. 

Con Chris Fogarty avete fondato lo studio Fogarty Finger, rivolto all’interior design e all’architettura. Puoi dirci di più dello studio?
Chris e io abbiamo creato uno studio di progettazione interdisciplinare che conta oltre 100 architetti e designer, nella zona downtown di New York City, con uffici anche ad Atlanta e a Boston. Il nostro studio è responsabile di molti rinomati progetti, residenziali e commerciali, e i nostri clienti sono per la maggior parte sviluppatori dell’area di New York, come Vornado e Boston Properties.

The Dime, Williamsburg, USA - Photo © Alexander Severin
The Dime, Williamsburg, USA - Photo © Alexander Severin

The Dime, Williamsburg, USA
Photo © Alexander Severin

The Dime, Williamsburg, USA - Photo © Alexander Severin

The Dime, Williamsburg, USA – Photo © Alexander Severin

I vostri progetti includono residenze privati, uffici, townhouse, spazi commerciali… come definireste la vostra firma progettuale?
Ci sono molti aggettivi che adotterei: moderno, pulito, senza tempo, ponderato. Ciò che mi sorprende è quanto il nostro lavoro sia differente e tuttavia coerente nelle due principali tipologie di progetto a cui ci dedichiamo – multifamily e commerciale. Negli anni abbiamo imparato che è molto difficile per gli interior designer commerciali comprendere un’estetica residenziale, e per i designer residenziali capire le necessità di un cliente commerciale. Eppure trovo che noi siamo in grado di gestire equamente bene le due categorie.

Lo si può vedere nel The Dime, che io e Chris abbiamo recentemente completato a Williamsburg: è un building a uso misto, metà commerciale e metà multifamily. L’esterno è magnificamente coerente dalla base alla sommità, ma osservando gli interni si nota una marcata differenza fra le due lobby, gli ascensori, i piani inferiori, gli allestimenti, l’arte e gli arredi. Ognuno è stato realizzato da team separati, ma entrambi avrebbero potuto essere fatti dalla stessa mano.

The Dime, Williamsburg, USA - Photo © Alexander Severin
The Dime, Williamsburg, USA - Photo © Alexander Severin

The Dime, Williamsburg, USA
Photo © Alexander Severin

Dock72, Brooklyn Navy Yard, New York City

Dock72, Brooklyn Navy Yard, New York City – Photo © Connie Zhou

Ci sono materiali che prediligete? Create arredi su misura?
Amiamo avere tra le mani ogni aspetto dei nostri interiors. Negli anni abbiamo stilato una lunga lista di artigiani, produttori, artisti, e grafici con cui preferiamo collaborare per una visione dettagliata dei nostri progetti. Adoperiamo spesso arredi, accessori e sempre più opere d’arte su commissione per parlare della nostra visione, quanto della cultura dei nostri clienti. Le aree comuni del nuovo progetto, Dock 72, sono un eccellente esempio. Nel design dell’area principale di circolazione, abbiamo commissionato ad alcuni artisti di Brooklyn di creare una serie di quattro murales che scorrono paralleli al waterfront. Ognuno è ispirato alla loro personale conoscenza del passato e del presente di Navy Yard. Individualmente e collettivamente, essi raccontano una storia che funge da inizio per la narrazione più ampia del progetto. Arredi custom sono stati creati da artigiani locali per supportare il linguaggio di ogni pezzo. 

Puoi raccontarci del vostro processo creativo, negli spazi pubblici/commerciali come Dock 72 al Brooklyn Navy Yard?
Nel periodo che ho trascorso in Italia, e in molte delle mie esperienze da allora, ho imparato le basi per dar vita a spazi bellissimi e funzionali. Al di là dello “space-making” comunque, è il “placemaking” ad essere essenziale per la creazione di un’identità. Il “placemaking” è meno tangibile e più difficile da definire, ma lo comprendi quando lo percepisci. Con Dock 72 al Brooklyn Navy Yard, abbiamo cercato di progettare interni che fossero funzionali per inquilini, ma allo stesso tempo intendevamo creare un ambiente che condividesse la vasta storia di questo luogo speciale, riflettesse la cultura della sua attività marittima ancora in corso, e celebrasse la più recente influenza di talentuosi produttori, artisti, artigiani nel distretto. 

Dock72, Brooklyn Navy Yard, New York City

Dock72, Brooklyn Navy Yard, New York City – Photo © Connie Zhou

Siete stati premiati molte volte per la vostra capacità di creare ambienti confortevoli e interessanti. Come gestite forma, funzione, e aspetto emozionale nei vostri progetti?
Il mio approccio alla progettazione di interni è sia intuitivo che ponderato. L’arte ricade a metà fra ciò che è puramente funzionale che bello senza sforzo. Ma anche questo è anche personale. Io progetto per me stesso e ciò che mi piacerebbe. La sfida come professionista è di creare un linguaggio che parli ai miei clienti e spesso a un audience più ampio. Questo richiede di uscire dalla mia testa e cercare di mettermi al posto dei miei clienti. Questa abilità di tradurre i desideri altrui in un progetto non è una qualità con cui nasciamo, né viene generalmente insegnata a scuola. Ma il buon design deve iniziare con la nostra visione di ciò che è appropriato e bello. Dobbiamo trovare la nostra personale visione prima di poter guidare gli altri. Quando gli studenti escono dalla scuola di architettura, sono istruiti a parlare del loro lavoro in modo astratto, impersonale. Generalmente è basato su ricerca, studi, precedenti o un linguaggio formale. Ogni cosa è lontana dal “mi piace questo” o “penso che questo sia bello”. Ho trovato questo approccio incredibilmente utile dal punto di vista formativo, ma non nel mondo professionale. I giovani designer presenteranno il design in questo modo in un contesto di ufficio, perché è anche il modo in cui lo pensano. Il mio obiettivo è far loro pensare come progetterebbero per loro stessi perché questa è la base per poter comunicare con un cliente e creare qualcosa di stupendo.

Quali sono gli elementi chiave per creare un’armonia creativa?
Uno è certamente la tensione. La tensione tra ciò che percepiamo di uno spazio e la contraddizione rispetto a ciò che sappiamo di esso. Un esempio di questa dinamica in architettura è Falling Water di Frank Lloyd Wright. Stando all’interno, non vedi più l’omonima cascata, ma si viene circondati dal suono, dal profumo e dall’umidità dell’acqua, quasi come se ci fossimo immersi. Ma non è così. Quasi tutti gli elementi di questo progetto hanno lo scopo di portarti il più vicino possibile a un’esperienza di immersione nella natura, pur sapendo che sei ancora dentro. Durante la progettazione di una nuova sede per il gruppo Rockefeller, abbiamo lavorato a stretto contatto con il team per creare quel tipo di tensione tra spazi più ospitali e quello che consideriamo un luogo di lavoro tradizionale. Ai livelli più elementari ci sono indizi visivi di illuminazione, o luminosità, e un contrasto nelle palette dei colori. Ma andando oltre, abbiamo manipolato l’acustica, aggiunto musica e persino profumi come indizi più subliminali. Gradi di privacy, arredi, accessori e opere d’arte contribuiscono a portare quell’esperienza a un altro livello.

Come vedi il futuro degli spazi office dopo questo momento storico senza precedenti?
Stiamo uscendo da questa pandemia con un grado di attenzione maggiore rispetto al nostro ambiente di lavoro. Lavorare da casa ha accelerato una tendenza che si stava già verificando: liberarti dalla tua scrivania e trovare spazi alternativi dove essere produttivo. Personalmente, WFH mi ha mostrato che ci sono momenti in cui lavoro al meglio su un divano con il telefono spento. Altri potrebbero trovare che macinare numeri funziona meglio su una scrivania, davanti a un grande schermo, e altri ancora trovano che l’energia di un open office ispiri il pensiero creativo. Quello che noi, e molti dei nostri clienti, abbiamo capito, è l’importanza di trovare il momento giusto della giornata e lo spazio giusto per svolgere al meglio il nostro lavoro. E quelle potrebbero non essere le nostre scrivanie.

Rockefeller Group headquarters, New York City

Rockefeller Group headquarters, New York City – Photo © Connie Zhou

Rockefeller Group headquarters, New York City

Rockefeller Group headquarters,
New York City – Photo © Connie Zhou

Rockefeller Group headquarters, New York City

Quali sono le richieste più urgenti dei vostri clienti riguardo a questa sfida? Penso che molte ipotesi fatte un anno fa e sei mesi fa non si siano rivelate rilevanti. Nel mercato degli interni commerciali, ho scoperto che i clienti avevano davvero messo in pausa qualsiasi decisione. Ora, con una visione post-Covid, trovo che l’urgenza più grande sia quella di recuperare i miglioramenti o le espansioni che non sono stati affrontati negli ultimi 18 mesi. La maggior parte di queste azioni si basa sulla pianificazione del 2019.

State progettando soluzioni alternative?
In particolare, stiamo utilizzando un approccio più aggressivo verso i temi della salute e del benessere personale. Nel nostro lavoro all’interno delle multifamily questa strategia include l’aggiunta di più tipologie di aree fitness, comprese aule più grandi e sale di formazione private con accesso a tecnologie virtuali. Inoltre, stiamo cercando di espandere gli spazi esterni così da essere pluristagionali e includere una varietà di piante più ampia, o uno strato verde. Per il design commerciale abbiamo un approccio simile. In un nuovo edificio per uffici a Brooklyn, situato al 141 di Willoughby Street, abbiamo allineato l’ingresso dell’edificio con il parco adiacente e collegato visivamente quello spazio verde attraverso gli spazi pubblici di questo progetto. Abbiamo poi incluso una serie di luoghi di svago come una biblioteca, una lounge con bar e una parte per il co-working, il tutto progettato con vista sul parco.

A quali progetti stai lavorando ora?
Molti nuovi progetti stanno proseguendo, tra cui uno sviluppo commerciale di 50 piani a Long Island City e una serie di condomini/edifici in affitto, tutti in diverse fasi di progettazione. Particolarmente interessante per me è creare un portafoglio più ampio di spazi destinati allo svago per uno sviluppatore commerciale, tutti sotto un unico marchio, ma ognuno con il proprio programma e carattere specifico. La sfida è trovare un filo conduttore nell’esperienza e nell’emozione attraverso una vasta gamma di edifici. Una sfida diversa, ma simile, riguarda la creazione di un servizio molto ampio e di qualità per il GM Building, una torre iconica a Midtown con una forte storia e identità. Come possiamo costruire su quella presenza, lavorare all’interno di quello spirito e creare comunque qualcosa di moderno e senza tempo come l’edificio stesso?