Per un’architettura ‘invisibile’

Da uno spazio domestico multifunzionale con tatami in cui è cresciuto in Giappone agli edifici mixed-use progettati e costruiti in Australia e Stati Uniti. La parabola professionale di Koichi Takada, architetto, si evolve dalle radici nella cultura giapponese, attraverso studi a Londra e New York e viaggi in Europa, per trovare nuova linfa a Sidney, che sceglie come luogo di vita e di lavoro fondando nel 2008 la sua ‘boutique architecture firm’

Koichi Takada - Photo © Nic Walker

La componente ‘natura’ è essenziale nel suo lavoro di progettazione, alla continua ricerca di un equilibrio fra l’ambiente naturale, da cui trae energia e ispirazione, e il contesto urbano in cui è chiamato a costruire. La via per riportare l’elemento natura nelle città non è solo nei materiali e nei colori, nelle forme permeabili al vento e alla luce, nell’attenzione alla presenza umana, ma soprattutto attraverso l’idea di creare architetture ‘climatising’, che si adattino al contesto culturale, sociale e climatico di riferimento, di dare espressione all’ossimoro di una ‘architettura invisibile’. “Siamo molto consapevoli del nostro futuro e la natura gioca un ruolo fondamentale. L’architettura deve essere quasi invisibile. Un modo per dare alle persone una ‘piattaforma’ in cui godere e integrarsi nello spettacolo della natura. L’architettura può diventare ‘invisibile’ e allo stesso tempo offrire gli strumenti per interagire ‘inside out’, questa è la filosofia alla base del lavoro del nostro studio”.

1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf

1111 Hilll Street, Los Angeles – Render © Doug Wolf

Uno dei vostri principi portanti verte sul concetto di ‘umanizzazione dell’architettura’. Come concilia la scala del grattacielo con quella umana?
Quando ci commissionano edifici alti per hotel, complessi residenziali, uffici, siamo sempre un po’ ‘intimiditi’ dall’altezza. Il più alto che abbiamo progettato è di 70 piani, che sarebbero troppi per Sydney ad esempio. Ci siamo chiesti come trasferire l’idea dell’esperienza umana, della scala umana nei grattacieli, uno dei concetti fondamentali nell’obiettivo di umanizzare l’architettura. Per il grattacielo 1111 South Hill Street (leggi l’articolo dedicato al progetto) a Los Angeles ci siamo ispirati agli alberi più alti della California, antichi con i loro mille anni di vita, grandi e massicci come edifici. Guardando alla natura ci sono moltissime fonti di ispirazione; nei progetti urbani abbiamo dimenticato come creare relazioni con la natura. Mentre si parla di rendere le città più verdi, dobbiamo considerare anche il benessere dei singoli abitanti all’interno delle città. Per questo ci siamo posti una questione filosofica prima di affrontare il progetto architettonico, in particolare in questo momento storico in cui tutti vogliono tradurre il proprio modello di business in espressione architettonica. Pensiamo ci sia un modo diverso per guardare alla questione e trovare un equilibrio.

Molte delle vostre architetture sono realizzate per Crown Group, condividete la stessa visione?
I CEO di Crown Group vengono dall’Indonesia e da Bali, i loro resort sono un mix fra architettura vernacolare e modernità in cui l’interazione con la natura è essenziale. Crown Group ci ha chiesto di portare questo approccio nel contesto urbano.

1111 Hill in Downtown LA è un progetto mixed use. Vi siete occupati anche degli interni per l’intero edificio?
Di solito progettiamo tutto, dall’esterno all’interno, in modo che l’esperienza sia senza soluzione di continuità, e abbiamo portato il tema della natura anche negli interni. Volevamo enfatizzare il tema del benessere per i residenti e per gli ospiti dell’hotel creando un’atmosfera di vacanza, di allentamento dei ritmi, della casa come luogo di relax, anche in un contesto urbano. L’intenzione è quella di riportare la natura nella città, di farlo in modo fluido, di trovare un equilibrio fra artificiale e naturale.

1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf
1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf
1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf
1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf 02
1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf 03
1111 Hilll Street, Los Angeles - Render © Doug Wolf 04
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Arc by Crown Group, Sydney - Photo © Tom Ferguson
Arc by Crown Group, Sydney - Photo © Martin Mischkulnig
Arc by Crown Group, Sydney - Photo © Tom Ferguson
Arc by Crown GroupArc by Crown Group, Sydney
Arc by Crown Group, Sydney
Arc by Crown Group, Sydney - Photo © Tom Ferguson
Arc by Crown Group, Sydney - Photo © Martin Mischkulnig
Arc by Crown Group, Sydney - Photo © Tom Ferguson
Arc by Crown Group, Sydney
Arc by Crown Group, Sydney
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Nel progetto The Arc a Sydney l’equilibrio invece è fra il nuovo e la storia della città?
The Arc è stato un progetto delicato, in un contesto urbano circondato da edifici storici. Dopo la prima visita sul sito fatta per partecipare al concorso pensavamo di proporre qualcosa che fosse in contrasto con la materialità dei mattoni, ad esempio usando il vetro. Ma in seguito ci siamo innamorati del materiale che deriva dalle tecniche di costruzione tradizionali australiane. È importante mantenere continuità con la storia pur progettando per il futuro, che deve includere il passato come parte della narrazione.

Possiamo progettare nuovi edifici rapportandoci con la storia, con l’uso dei materiali e dell’espressività. Abbiamo privilegiato l’idea degli archi e dei portici, abbiamo lavorato con maestranze italiane che hanno contribuito con la loro esperienza a dare forma a queste bellissime arcate, non solo durante la costruzione ma anche nella progettazione della facciata, che è stata costruita mattone dopo mattone, con una tecnica ‘a gradini’ molto complessa. Sebbene sia una pesante struttura in muratura, l’effetto è di leggerezza grazie alla forma affusolata. L’idea era di portare luce naturale attraverso gli archi, ma anche di creare ombre sulla facciata.

Arc by Crown Group - Photo © Simon Wood

Arc by Crown Group, Sydney
Photo © Simon Wood

Arc by Crown Group - Photo © Martin Mischkulnig

Arc by Crown Group, Sydney
Photo © Martin Mischkulnig

The Arc è un edificio mix-used. Com’è stato accolto dalla città?
Abbiamo avuto reazioni molto positive, c’è chi cammina fra le arcate ogni giorno solo per vivere l’esperienza della storia. Raccoglie funzioni diverse, con appartamenti, negozi e hotel, come una piccola città dentro la città. Penso sia un buon esempio di come si possa rigenerare e riattivare una zona della città prima dimenticata.

In merito all’interior design, progettate su disegno o scegliete dalle collezioni di marchi specifici?
Preferiamo arredi custom made, anche se alcuni elementi più ripetitivi sono selezionati da alcuni fornitori, ad esempio nel caso di The Arc. Stiamo lavorando a un progetto a Tokyo, anch’esso mixed use, con molti arredi di marchi e produttori italiani. Preferiamo comunque sempre disegnare pezzi specifici che rappresentino l’identità del progetto ma cerchiamo anche di mantenere un equilibrio fra custom made e catalogo, tenendo sempre in considerazione le risorse locali.

A Sidney avete realizzato anche The Infinity, una architettura molto contemporanea.

Anche The Infinity è stato realizzato a seguito di un concorso. Il contesto è la nuova centralità urbana di Green Square, in passato una zona di magazzini. Quando arrivammo non c’era niente, il sito era una sorta di tabula rasa e ci è venuta l’idea di trattare l’edificio come se fosse un’isola, un grande oggetto scultoreo visibile da tutte le angolazioni, scolpito dall’aria e dalla luce. Abbiamo aperto un vuoto proprio per dare un ruolo da protagonista all’illuminazione naturale e per creare una forma dinamica esposta al vento. L’estetica è molto contemporanea, nel rapporto con la luce e la ventilazione il progetto interagisce con gli elementi naturali. L’edificio è progettato per adattarsi all’ambiente, i residenti non hanno necessità di usare aria condizionata perché questa forma sfrutta la ventilazione naturale.

Infinity, Sydney - Photo © Tom Ferguson

Infinity, Sydney – Photo © Tom Ferguson