Le affinità elettive di Draga & Aurel

Coppia di design, nella vita privata e in quella professionale. Draga Obradovic e Aurel Basedow viaggiano sui binari paralleli di design e arte, verso un comune sperimentalismo creativo

Draga&Aurel - Photo © Fabrizio Cicconi
Draga&Aurel - Photo © Fabrizio Cicconi

Artisti, designer, editori: sono tutto questo e oltre. Draga Obradovic e Aurel K. Basedow sconfinano dai limiti della rigida classificazione lasciandosi guidare solo dalla libera creatività, che per loro significa emozione e visione. La loro anima poliglotta si riflette in uno studio altrettanto multidisciplinare che spazia dal design product all’interior a laboratorio artistico. Il loro modo di vedere ‘out of the box’ li ha condotti, in tempi ancora non sospetti, verso quell’ambito miscellaneo etichettato come art design; da lì ha preso avvio la loro carriera, costellata da importanti collaborazioni come Baxter, Anthropologie, Wall&Decò, Visionnaire (che debutta quest’anno), per poi riassumere il loro pensiero nella personale collezione Transparency Matters.

Come si sviluppa e si compensa il vostro lavoro a quattro mani?
Draga: Caratterialmente siamo diversi, lui da germanico e da artista non riesce a stare dentro troppi paletti, ha una visione più ‘asciutta’ delle cose; io sono invece esuberante, irrefrenabile, anche quando creo. Attingiamo da una stessa ‘sorgente’, ma poi ognuno ha le sue passioni. Così anche professionalmente ci esprimiamo in maniere diverse, io nel design, lui nell’arte. Ma quando rivediamo insieme un pezzo, che sia un’opera o un arredo, che abbiamo realizzato, c’è un interscambio di visioni. Altre volte, ognuno di noi ha le proprie intuizioni e questo non si può né frenare né cambiare.

Draga&Aurel Atelier - Photo © Riccardo Gasperoni

Draga&Aurel Atelier – Photo © Riccardo Gasperoni

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Il vostro percorso inizia con il vintage. Come si è evoluto verso un concetto di art design?
Draga: Nella nostra storia ogni due anni c’è un ciclo che si chiude e uno che si apre. La nostra creatività è quindi estremamente dinamica, facciamo continuamente nuove cose, capitano nuove collaborazioni, e dobbiamo inevitabilmente strutturarci anche internamente per farlo. Inizialmente lavoravamo insieme, eravamo conosciuti per mobili vintage e di recupero, pezzi unici che io realizzavo con sperimentazioni sul colore e tessuti dipinti a mano, mentre Aurel lavorava soprattutto con la resina. Il nostro primo Atelier era quindi un vero laboratorio. Poi sono arrivate le prime collaborazioni con Baxter (ma anche Anthropologie) che ha visto in noi qualcosa di diverso; quando abbiamo avuto richieste di pezzi in serie è subentrata una nuova sfida: come potevamo commercializzare l’unicità che proponevamo? Ne sono derivati i primi pensieri di progettazione, cercando soluzioni per mantenere il nostro tratto ‘artistico’ ma inserito in un contesto aziendale come quello di Baxter.
Aurel: La finitura a mano è stata la risposta. Se inizialmente realizzavamo pezzo per pezzo una volta sola, dovendoci adeguare a produzioni più grosse abbiamo deciso di mantenere sempre un’ultima finitura a mano: ogni arredo cosiddetto riproducibile sarà comunque sempre diverso da un altro.
Draga: Quando poi siamo cresciuti, Aurel ha passato molto tempo alla ricerca e alla scoperta delle professionalità artigianali (tornitori, falegnami, fabbri…) della zona, un lavoro che oggi fa il nostro reparto di produzione. Ma si stava lentamente ‘spegnendo’, quindi dopo un anno sabbatico, ha deciso di dedicarsi solo alla pittura, e di nuovo Baxter nella figura di Paolo Bestetti ha visto il potenziale delle sue opere. Abbiamo così preso due indirizzi specifici, io nel design di prodotto, lui nell’arte.

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Quale significato sottendono le sue opere?
Aurel: Sono sempre un’espressione intima di ciò che sto vivendo nel momento in cui dipingo; sono discorsi, dialoghi con me stesso mentre lavoro, in un certo senso occasioni di meditazione: questo è il massimo della felicità a cui potevo aspirare, perché non è più un lavoro. Non ho un’idea di un significato a priori che poi traduco sulla tela: ci sono intuizioni e visioni, emozioni che mi portano a esprimermi in una direzione. Sicuramente caratteristico della mia pittura è che attingo da tanti stili e approcci diversi: talvolta più dall’astrattismo puro e meditativo, altre volte più legato all’action piainting. Un’atra caratteristica costante è la finitura lucida: lavorando molti anni con la resina conosco bene questo materiale e oggi fa parte del mio bagaglio; non solo, si rifà alla sacralità della pittura (cosa  che mi ha sempre interessato): come i quadri antichi erano coperti con un vetro,  per me la resina ha la medesima finalità, oltre a creare un gioco di rilessi che diventa un invito all’autoriflessione: quello che lo spettatore vede in realtà sono i suoi occhi, non i miei; il quadro creato inizialmente per me, diventa un po’ anche suo. Non tutti poi si saranno accorti che nei miei quadri c’è una base realizzata con un tappeto: sottende un’idea filosofica, in cui il tappeto simboleggia l’antichità, la memoria, senza la quale non ci sarebbe il presente.

Golia by Draga&Aurel - Photo © Federica Lissoni

Golia by Draga&Aurel – Photo © Federica Lissoni

Transparency Matters by Draga&Aurel - Photo © Riccardo Gasperoni

Transparency Matters by Draga&Aurel – Photo © Riccardo Gasperoni

La resina è il vostro ‘marchio di fabbrica’. Ci sono altre costanti?
Draga: Non abbiamo mai fatto nulla seguendo le mode, ma solo per passione; è il nostro modo di esprimere la creatività. Così come il vintage, di cui siamo stati precursori, poi è diventato un boom. Noi siamo prima di tutto artisti per formazione, avendo studiamo pittura; non sapevamo di poter essere designer, lo siamo diventati: abbiamo quindi le nostre visioni che ci guidano; come nella collezione Transparency Matters, dal carattere molto sperimentale, che trasmette liberamente il nostro modo di vedere gli oggetti e il risultato delle nostre ricerche: vediamo le potenzialità in qualsiasi oggetto. Abbiamo poi per fortuna il nostro team che riesce a tramutare le nostre idee in progetti. Infine, siamo anche editori: ci occupiamo della progettazione e realizzazione, quindi il fatto di essere sempre nel territorio, interagire con i fornitori, imparare da loro, ci ha permesso di creare uno studio dove non solo si disegna, ma si può creare un progetto di interior completo.

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Transparency Matters esprime la vostra creatività sperimentale. Quali gli elementi che la definiscono?
Draga: Mi piace battezzare i nostri progetti e prodotti. “Transparency” perché il materiale che definisce la collezione declinata in tavolini, illuminazione (che per noi è una novità) e complementi sono appunto in resina a spessore, quindi completamente trasparente; materiale che diventa anche uno statement per sostenere che la trasparenza conta: è il nostro essere noi stessi, saperci definire, come dire “siamo quello che vedete”. C’è poi l’elemento del colore; nella creazione delle colorazioni mi sento un po’ alchimista: è come la musica, i colori sono le note che esprimono l’umore del momento. C’è infine, la forza dell’artigianalità e la ricerca della forma, dell’eleganza, che non vogliamo abbandonare. Non vogliamo ricercare l’eccesso, ‘gridare’ il design, come va di moda ora nel collectible design: ma i prodotti per noi devono essere intriganti con un tocco sofisticato, deve esserci una ricerca di bellezza, nuova o recuperata attraverso la nostra interpretazione.

Art Design, Collectible design: c’è una grande contaminazione di settori. Cosa ne pensate?
Draga: Facciamo spesso discussioni sull’arte e sul design, dove sono i confini? La funzionalità non declassifica una creazione a non-artistica. Così un quadro non deve essere solo un oggetto museale, l’arte va vissuta! In realtà è più un problema di mercato, le gallerie mantengono forte questa distinzione tra arte pura e art design. In un momento dove si sfidano limiti e confini, noi a nostro modo portiamo avanti un progetto in cui ci rispecchiamo, ma senza categorizzazioni: a noi la definizione sta stretta! L’importante è mantenere una narrazione forte alla base di ogni progetto ed è quello che facciamo: magari in futuro saremo riconosciuti come coloro che hanno anticipato questo movimento, che hanno tolto queste barriere tra settori, e hanno avvantaggiato la possibilità di trovare contesti dove le nostre opere vivono contemporaneamente con i nostri pezzi di arredo.