Fra arte, architettura e interazione

La visione di Benjamin Gilmartin, partner di Diller Scofidio+Renfro, studio di progettazione che ha cambiato il volto di New York. E non solo...

Benjamin Gilmartin - Photo © Geordie Wood
Benjamin Gilmartin - Photo © Geordie Wood

È uno degli studi di architettura tra i più acclamati del contemporaneo, Diller Scofidio + Renfro (DS+R), tra i loro progetti a New York l’High Line, l’espansione del MoMA, il dinamico performing art center The Shed che si sposta su ruote. Quattro partner – Liz Diller, Ricardo Scofidio, Charles Renfro e Benjamin Gilmartin – oltre cento architetti, designer e artisti che stanno ripensando le città del mondo e i loro simboli, ad esempio il Victoria&Albert Museum di Londra o il nuovo Museo Olimpico e Paraolimpico di Colorado Springs. Nel segno di sperimentazione e avanguardia.

Come è iniziata la sua collaborazione con lo studio Diller Scofidio + Renfro?
Nel 2004 sono stato coinvolto nel progetto per la Alice Tully Hall, una serie di spazi pubblici all’interno del campus del Lincoln Center for the Performing Arts, ma anche per il Museum of Image and Sound di Rio de Janeiro, per il Berkeley Art Museum e per il Pacific Film Archive della University of California. Quando sono diventato partner nel 2015, avevo già lavorato con Liz, Ric, e Charles nella maggior parte dei progetti in cui lo studio era impegnato, e la collaborazione di quattro personalità e punti di vista così diversi continua a essere al centro del nostro modo di progettare.

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The Broad, Los Angeles - Photo © Hufton + Crow

The Broad, Los Angeles – Photo © Hufton + Crow

E su quali progetti sta lavorando attualmente?
Sono numerosi, in diverse città del mondo, e in fasi differenti del processo progettuale. È un periodo molto intenso. Dopo sei anni di progettazione e costruzione, finalmente aprirà quest’anno lo US Olympic and Paralympic Museum di Colorado Springs. Recentemente poi ci è stata commissionata la nuova sede della School of Architecture and Planning del MIT. (Un progetto che è un po’ come eseguire un’operazione al nostro stesso cervello visto che ci identifichiamo così strettamente con il cliente). Al di là dell’oceano, stiamo seguendo il progetto per il London Centre for Music, la nuova sede permanente della London Symphony Orchestra che attiverà una fondamentale interfaccia fra il Barbican Centre e la città.

Come descriverebbe la sua visione dell’architettura?
Penso che l’architettura in ultima analisi riguardi la vita sociale delle città, e che si tratti di creare spazi ricchi di energia che aiutino il più possibile la socializzazione e l’interazione per attrarre una massa critica. Cosa che può accadere attraverso una programmazione culturale, ma spesso, anche semplicemente grazie a spazi urbani con funzioni aperte creati per inscenare lo spettacolo informale della vita quotidiana, dove la persone passano e finiscono per esserne attratti, come osservatori o persino come protagonisti.

V&A East Collection & Research Centre, London - Photo © courtesy of Diller Scofidio + Renfro

V&A East Collection & Research Centre, London – Photo © courtesy of Diller Scofidio + Renfro

The Shed, New york - Photo © Iwan Baan

The Shed, New york – Photo © Iwan Baan

Fra le realizzazioni più recenti dello studio c’è anche The Shed performing centre di Hudson Yards. Qual è l’origine dell’idea rivoluzionaria alla base di questa architettura dinamica?
A New York mancava una piattaforma multidisciplinare, un luogo intrinsecamente flessibile. Volevamo una struttura ad hoc, non un edificio generico, abbastanza versatile da adattarsi a funzioni future, anche non previste, in grado di cambiare persino la propria impronta. L’arte può avere dimensioni e format diversi, perché affidarsi a una dimensione architettonica immutabile? La nostra città, nonostante le numerose e svariate istituzioni culturali, non aveva una ‘entità’ culturale che potesse diventare grande o piccola, al chiuso o all’aperto, per accogliere tutte le discipline.

E a cosa vi siete ispirati per il nuovo United States Olympic and Paralympic Museum di Colorado Springs?
La forma dinamica dell’edificio trae ispirazione dall’energia e dalla grazia degli atleti olimpici e paraolimpici durante le gare. È organizzato secondo un percorso continuo che si avvolge a spirale attorno a una serie di gallerie a sbalzo. La sequenza di spazi è chiusa da facciate in torsione rivestite con scaglie di allumino. La forma flessa e ricurva della struttura interna evoca un senso di lotta e aspirazione. Il linguaggio architettonico che esprime sforzo ed eleganza evoca la prestazione dell’atleta, e prepara i visitatori alle storie straordinarie che il Museo racconta.

Quanto ha influito la posizione del sito sulla fluidità formale dell’edificio?
Il sito del Museo è stato strategicamente collocato in modo da integrare una vasta piazza con una vista panoramica del Pike Peak che possa essere ammirata da residenti e visitatori. Una piazza che crea l’opportunità di condividere con la collettività il programma di eventi del museo, come proiezioni, feste, o una pista di pattinaggio in inverno. All’interno, in ogni angolo del museo, le gallerie hanno vaste vetrate panoramiche sul paesaggio circostante e sulla città.

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Quali sono le principali caratteristiche del percorso espositivo?
Volevamo creare una fluida esperienza di visita per tutti. I visitatori salgono prima in ascensore nell’atrio illuminato di luce naturale per poi scendere verso il piano terra lungo un percorso in lieve discesa. Il museo è dotato anche di un sistema di check-in in cui i visitatori possono registrare su una tessera elettronica le proprie necessità, ad esempio difficoltà auditive o di lettura. Il percorso espositivo è pre-programmato per soddisfare ogni esigenza. Durante il processo progettuale, abbiamo lavorato con atleti con disabilità per far sì che il museo potesse essere una esperienza condivisa da tutti.

In che modo riuscite a far interagire architettura, arti performative e arti visive?
Da sempre la missione per Liz e Ric è quella di una interdisciplinarità di fondo, che viene dalla loro formazione come artisti. Lo studio non ha mai avuto paura ad affrontare, anzi lo fa con sempre maggiore confidenza, ogni tipo di progetto architettonico. All’interno dello studio il desiderio costante è quello di trovare soluzioni a istanze sempre diverse e sempre nuove, di ogni scala e tipologia, con ogni strumento, in ogni parte del mondo. Siamo sempre alla ricerca di una nuova montagna da scalare.