Emanuele Orsini: ogni giorno che passa è un giorno perso

Il presidente di FederlegnoArredo lancia un appello alla politica e fa il punto su ciò che ci si aspetta da chi decide del Paese e del futuro delle imprese. Una voce su tutte: liquidità. L’allarme: quanto pensate possiamo resistere?

Emanuele Orsini, president of FederlegnoArredo

Ora è ufficiale: anche il Salone del Mobile è rinviato al 2021. Quali reazioni ha raccolto da parte delle imprese? Quali le preoccupazioni più diffuse?
Le preoccupazioni delle nostre imprese, sono quelle di tutto il mondo imprenditoriale in questo momento. E in cima alla lista sicuramente mettiamo la crisi di liquidità. Non fatturiamo, non incassiamo, ma dobbiamo pagare le tasse e, laddove ci è possibile, i nostri fornitori (soprattutto i più piccoli) nel tentativo di tenere viva la filiera. Dobbiamo pensare al capitale umano che per noi è fondamentale. Serve una cassa integrazione immediata, serve integrazione al reddito, ma soprattutto serve liquidità e visione futura.

Quali saranno gli effetti di questo slittamento sulle imprese e sul mercato?
Molto dipenderà da quanto durerà questa crisi e quanto le aziende dovranno stare ancora chiuse. Abbiamo già retto nel mese di Marzo, non so se in Aprile riusciremo. Già ad oggi il nostro settore avrà un 20% in meno di fatturato. Dobbiamo anche essere consapevoli che gli altri Paesi non staranno a guardare e ambiranno alle nostre quote di mercato. Il nostro Made in Italy deve tornare ad essere, quanto prima, il fiore all’occhiello del nostro settore e di tutto il mondo.

Le biennali in contemporanea, insieme a Workplace3.0, S.Project, SaloneSatellite, Bagno… dove si troverà lo spazio per tutti in fiera?
Penso che l’edizione del 2021, la 60esima per l’esattezza, sarà l’edizione della rinascita e della voglia di far vedere al mondo intero quello che sappiamo fare, quindi lo spazio sarà l’ultimo dei problemi.

Da quando la notizia è diventata ufficiale, sono fioccate proposte svariate sul Fuorisalone virtuale, svincolato dal Salone. Cosa ne pensa?
Credo che in questo momento sia necessario pensare ad altro e concentrarsi su come uscire da questa emergenza sia da un punto di vista sanitario che economico. Il Fuorisalone è da sempre un evento che va a braccetto con il Salone e insieme, durante la settimana di esposizione, rendono Milano la città su cui sono puntati gli occhi di tutto il mondo. Ad ogni modo, sono abituato ad essere molto pragmatico e a ragionare sui fatti, al momento ci sono tante proposte. Vedremo.

Alla luce della nuova stretta del decreto Cura Italia che chiude gli stabilimenti produttivi non necessari. Qual è lo stato dell’arte del comparto arredo/design?
Fin dall’inizio abbiamo detto che era necessario conciliare salute e lavoro. E laddove questo non è stato possibile abbiamo interrotto le nostre produzioni come è giusto che fosse. Parte della nostra filiera, penso agli imballaggi, è operativa perché facente parte della filiera di produzioni non differibili. Per il resto siamo fermi. Consideriamo che oltre metà del nostro fatturato è fatto all’estero e adesso l’estero è lontano anni luce.

Ha già in mano cifre che possano dare il colpo d’occhio sull’impatto economico?
Non siamo ancora in grado di fare stime precise, ma ribadisco che ad ora siamo a un 20% in meno di fatturato che su 42,5 di fatturato annuo, è un bel colpo. Senza considerare che ogni miliardo di fatturato in meno, sono circa 8mila posti di lavoro a rischio. Non è una bella prospettiva…

Chi è più penalizzato?
Quando l’emergenza non era ancora esplosa, senza dubbio gli allestitori che fanno parte di FederlegnoArredo come Asal. Già con l’iniziale slittamento di qualche mese delle più importanti fiere nazionali e internazionali il settore era a terra. Oggi, purtroppo, a loro si sono affiancati quasi tutti gli altri settori, eccezion fatta per quelli che continuano ad essere operativi come gli imballaggi.
Attualmente la preoccupazione è altissima. Le imprese potrebbero anche farcela, se la produzione venisse riavviata a breve. Ma l’arredo poggia le sue basi soprattutto sul retail e sul contract, quindi tanti settori devono riprendere slancio, non solo il nostro. Se non fosse ancora chiaro, servono generose iniezioni di liquidità, affinché la macchina provi a stare ancora in movimento, pur essendo ferma.

Quali sono i punti di criticità del decreto Cura Italia?
La criticità è non pensare a sufficienza a dare liquidità a imprese e famiglie. E dove si è pensato a qualcosa, le procedure sono così complicate e farraginose che diventano impossibili da portare a termine. Poi è indispensabile congelare i rating delle aziende, le scadenze dei fidi vanno prolungate perché senza incassi non possono essere assolte a fine mese; vanno rivisti i criteri di ammortamento dei bilanci; serve un fondo di sostegno al reddito per chi è in cassa integrazione. Senza queste misure, non potremmo essere pronti per la ripartenza.

Ci sono polemiche sulle tempistiche con cui sono stati comunicati i posticipi delle scadenze fiscali. Troppo tardi, quando ci si era già attivati.
L’ho detto chiaramente a suo tempo: rinviare di 4 giorni il pagamento delle tasse in una condizione di emergenza mondiale è davvero una beffa.

Avete fatto sentire la vostra voce alle istituzioni, ci sono stati dei ritorni?
Certamente, anche prima che l’emergenza esplodesse nelle forme attuali. A Roma abbiamo incontrato Istituzioni e Ministri, e portato alla loro attenzione le problematiche del settore. Devo dire che alcune proposte sono state recepite, ma purtroppo il capitolare della situazione è stato tale che adesso serve un vero e proprio shock, misure economiche immediate che diano ossigeno a imprese e famiglie. O sarà così o il sistema implode.

Come si sta muovendo la Federazione? Qual è la strategia di FLA a breve e lungo termine?
La Federazione si è attivata fin da subito attraverso una task force e un filo diretto con i nostri imprenditori per aiutarli in questo difficile momento, fornendo loro ogni sera una newsletter in cui possono trovare tutte le informazioni e gli aggiornamenti utili per gestire questa fase così complicata. Siamo con loro in contatto quotidiano per capire le loro esigenze e sulla base di queste elaborare proposte. Anche molti non associati si stanno rivolgendo a noi e ci chiedono sostegno, e questo è un segnale che stiamo andando nella direzione giusta.

Qual è il punto di forza delle imprese italiane per uscire da questa crisi e di quale insegnamento si deve fare tesoro?
Sicuramente dobbiamo imparare che niente è scontato e che in un attimo il mondo può cambiare. Le nostre imprese però hanno una grande capacità di reinventarsi, basti pensare ai grandi marchi della moda che hanno convertito le produzioni per creare camici e mascherine. Ovunque siamo conosciuti nel mondo per la qualità dei nostri prodotti, per l’artigianalità che non ha uguali. Il Made in Italy deve tornare a essere la nostra bandiera nel mondo. Non è solo interesse del nostro settore, ma di tutto il Paese.