La progettazione empatica di Paola Navone

Architetto, designer, art director, arredatrice, saggista, insegnante, curatrice di esposizioni ed eventi: Paola Navone si racconta con un pizzico di nostalgia a IFDM

Paola Navone - Photo © Giovanni Gastel
Paola Navone - Photo © Giovanni Gastel

PAOLA NAVONE, UNA PROGETTISTA FUORI DAL CORO, DIGITALE SOLO QUANDO SERVE, MA ANALOGICA NEL MODO DI VIVERE E CONSIDERARE LA PROFESSIONE. UNA COMMON GIRL CHE FA RESPIRARE UNO STILE DI VITA ROCK’N’ROLL AL SUO STAFF E AI SUOI CLIENTI, È L’ANTITESI DELLA SOFFERENZA PROGETTUALE E NON RINUNCIA MAI A UNA QUOTA DI DIVERTIMENTO. E TUTTO IL RESTO È NOIA.

Rafael daybed for Ethimo

Hai frequentato il gruppo Alchemy forse la realtà più progressista che il design abbia prodotto: c’è ancora spazio per essere progressisti? Questa parola ha mutato il suo significato?
Io ho avuto la grande chance di iniziare la mia professione in un momento in cui c’era grande energia e molta condivisione reale. Ora è tutto cambiato, probabilmente anche la situazione economica influisce sulle persone, crea incertezze anche inconsapevoli, c’è molto poco senso dell’avventura: il mio studio è ricco di 25/35enni che ogni tanto mi guardano come se arrivassi da un altro pianeta, loro sono più saggi, alla loro età io pensavo alla libertà e a fare quello che mi piaceva.

Quando lavoravo con Sottsass & co eravamo obbligati a inventarci dei sistemi per campare, lavoravamo tantissimo, ma il tempo che dedicavamo alla parte remunerata era poco, il resto era per le invenzioni, per le cose che ci piacevano e che praticamente ci pagavamo con i soldi (pochi) che guadagnavamo nelle ore remunerate. Tutto questo da noi era possibile perché esisteva Alessandro Guerriero (il fondatore di Alchimia), un genio che scatenò una vera bomba energetica e che seppe poi tenerla insieme e guidarla. Al Salone del Mobile presentavamo le nostre collezioni, autoprodotte con l’aiuto di Guerriero e di qualche azienda che ci dava i materiali.

Anche adesso continuo a privilegiare l’allegria nel progettare: dico spesso ai miei collaboratori che dobbiamo sempre mettere da parte una piccola percentuale di divertimento in tutto quello che facciamo. Se tu ti diverti l’output del tuo lavoro ha un’energia in più, se tu soffri nel progettare anche il risultato porta con sé la negatività e chi guarda in qualche modo capisce. Va anche sfatato il mito per il quale il progettista è una razza eletta: noi facciamo un lavoro come gli altri, ma abbiano la grande fortuna di poter sviluppare della creatività, di poter mettere insieme un fabbro e un imprenditore, in sintesi di poter attirare altre energie e di queste alimentare il nostro progettare.

Cerise Rooftop bar – Virgin Hotel, Chicago – Photo © Nicholas James, courtesy by Virgin Hotel

Sembra che il mondo digitale non ti attragga particolarmente, se è così perché?
Il mondo si evolve, il digitale è uno strumento per fare il mio lavoro meglio e con meno fatica. Punto. Non capisco come uno – da sconosciuto a sconosciuta – possa essere attratto da un mio prodotto vedendolo su Instagram. La comunicazione digitale di oggi è la quint’essenza delle superficialità. Penso che ci siano ancora dei mezzi per non alimentare la superficie e cercare invece di andare un po’ di più oltre l’apparenza.

Sei una grande viaggiatrice, cosa cerchi esattamente?
Il viaggio è un mio elemento, non scappo da nulla e non inseguo niente, semplicemente ho bisogno di vedere e toccare, vivere i luoghi e le genti. È un modo per fare scouting a me congeniale, l’unico che conosco e pratico. Non è importante quanti km fai, per me è un viaggio anche andare al supermercato, esco, vado, vedo, assimilo e faccio mie cose, oggetti e situazioni. In questo modo il nostro studio si è trasformato in una grandissima pattumiera dove c’è dentro di tutto e quando arriva un nuovo lavoro – una sedia o un hotel poco importa – ecco che dal bidone emergono le cose giuste come se fossero bolle. Dedichiamo alla sintesi poco tempo, le decisioni vengono prese molto velocemente, perché tutto il resto del tempo (il viaggio, appunto) è analisi pura, che ormai facciamo con naturalezza.

Joyce Boutique, Hong Kong – Photo © Lusher Photography

Taipei sofa for Baxter

Moon table, Gray and Ghost chairs, Brass lamps for Gervasoni

Il mondo della progettazione sembra essere molto attirato dal contract, tu meno. E’ così?
Mi piace tre volte molto fare un hotel e da noi funziona così. Il mio ufficio è diviso in due gruppi, uno disegna i prodotti e l’altro gli allestimenti e gli interior. Tutto nasce dall’incontro con un cliente, se scatta una mental chemistry io avverto la responsabilità di corrispondere a quello che il suo mondo si aspetta da lui. Ogni interior che progettiamo è un film costruito sulla realtà del cliente ed è il risultato della fusione tra i miei due gruppi di lavoro: quello rigoroso e disciplinato che disegna gli oggetti e quello più libero da paletti che invece crea gli interior, lo scambio e l’assistenza reciproca sono continui, uno passa disciplina e l’altro restituisce visione.

An imaginary city @ Triennale di Milano for Abet Laminati Fuorisalone 2017 – Photo © A. Arcidiacono

I prodotti di design sembrano sempre di più una copia di qualcosa di già visto, che ne pensi?
Oggi il marketing commerciale ha preso il sopravvento sulla creatività e il risultato lo si vede nei prodotti che, quasi sempre, sono ripetitivi di qualcos’altro che (forse) funziona, il timore del cambio di direzione paralizza le strategie. Quando lavoravo con Mendini e Sottsass si cercava di insinuare nella mente dei manager d’azienda idee innovative: il colore (in quel periodo tutto era pelle nera e acciaio lucido), l’assimetria (tutto era speculare), la ludicità (pensate che negli anni 60 girava molto il concetto grigio per il quale “il design deve educare”… no comment). Capisci la differenza?