Una diversa idea di deserto

Realizzato da Anarchitect vicino a Sharja, Al Faya Lodge della Sharjah Collection assicura esclusività e solitudine in un paesaggio naturale primordiale e denso di memorie storiche

SCHEDA TECNICA

Client: SHUROOQ (Sharjah Investment and Development Authority)
Architecture, Interiors & Furniture design: ANARCHITECT
Landscape design: DesertINK
Joinery: Thomas & McQuaid
Exterior oxidized steel cladding: CorTen
Contractor: Alba Tower & Obaid Al Abdi
Lighting: Deltalight
Outdoor furniture: Roda
Bathroom: Kohler
Ironmongery: Manital
Photo: Fernando Guerra

Nel deserto degli Emirati Arabi, a circa 40 chilometri da Sharjah, il lusso in questo ‘retreat’ della Sharjah Collection è proprio il paesaggio desertico e la piccola dimensione. Peculiare per un hotel in questi paesi, dove l’idea di ospitalità è solitamente legata a grandi, se non smisurate, dimensioni. Insolito anche che la committenza abbia voluto recuperare a nuova funzionalità un piccolo, solitario sito nel deserto risalente agli anni Sessanta e legato all’estrazione petrolifera, per creare l’opportunità di una esperienza nel deserto della regione del Mlieha, nominata Unesco World Heritage Site per i numerosi siti storici e archeologici che conserva.

La vera sfida del progetto di conversione completato a inizio 2019 da Anarchitect era quindi soprattutto legata alle condizioni climatiche estreme, come spiega Jonathan Ashmore, Principal dello studio con sede a Londra e Dubai: “I siti nel deserto sono esposti a tutti gli elementi, non solo alla luce del sole. Gli elementi comprendono pioggia, sabbia, tempeste e basse temperature durante la notte. Una costruzione in roccia (reperita localmente) o cemento fornisce notevole massa termica tale da gestire questi estremi climatici con attenzione alle fluttuazioni di temperatura”. Per questo motivo la pietra locale e il cemento delle costruzioni esistenti, due volumi dalle linee nette e squadrate a un solo piano che originariamente ospitavano una clinica medica e un negozio di alimentari, sono stati utilizzati e recuperati per il minihotel, e abbinati nella veste contemporanea a Corten, legno di teak e alluminio. Tre in tutto i corpi che compongono il resort, ‘surrealmente’ tagliato a metà da una superstrada di accesso e passaggio per le auto: da un lato, il lodge con concierge, piccola biblioteca e le cinque stanze per gli ospiti accanto all’addizione realizzata ad hoc per la spa a cielo aperto, dall’altro il ristorante per circa 40 persone con patio esterno e ‘fire pit’ per i barbecue.

Il Corten ha un ruolo fondamentale in tutto il complesso, con diversi significati. Dal punto di vista cromatico rievoca la presenza storica del ferro in questa regione, da quello programmatico-strutturale plasma e sottolinea le parti aggiunte per rileggere e ingrandire gli spazi interni ed esterni esistenti, e nell’insieme progettuale definisce nuovi strati, percorsi, aperture, soglie, chiusure nei diversi corpi, enfatizzando per contrasto l’esistente. Un livello del tutto nuovo si appropria dei tetti del lodge e del ristorante per creare terrazze abitabili o panoramiche, oppure aperture che consentono un dialogo privato con il cielo sopra il deserto. Le cinque stanze dispongono tutte di un lucernario per poter contemplare la notte stellata e ‘primordiale’ che offre l’antichissimo paesaggio desertico ai piedi del Mount Alvaah.