I colori tra attualità e futuro

In esclusiva, l’esperta designer di ColorWorks® Judith van Vliet ci svela le tendenze colore 2020, in un viaggio che prende le mosse dalla società e dalle sue innovazioni

Judith an Vliet, ColorWorks® Designer and a leader of the ColorForward team
Judith an Vliet, ColorWorks® Designer and a leader of the ColorForward team

È una società dai forti contrasti quella che si appresta a varcare la nuova decade del 2020. La dimensione tecnologica – dall’iperconnessione all’imprescindibilità del digitale nella quotidianità – si oppone a una sfera più introspettiva ricercata dall’uomo, legata alla necessità sempre maggiore di salvaguardare il benessere, tanto personale quanto del pianeta.

È questa una prima, generale definizione delle future tendenze rintracciate da ColorWorks®. Il centro design & technology della business unit Masterbatches di Clariant – che ha come obiettivo primo la creazione di una ‘color forecasting guide’ intitolata ColorForward® raggruppante i colori di tendenza per l’anno successivo – inizia il proprio lavoro di ricerca proprio a partire dalla società e dalle sue sfaccettature: cambiamenti, innovazioni, orientamenti nei più vari ambiti, movimenti che a livello emergente vengono colti, percepiti e approfonditi dagli esperti internazionali di ColorWorks® e dai suoi quattro centri (San Paolo, Chicago, Merate e Singapore); identificati e ripartiti in quattro macro-temi o ‘Storie’, essi trovano perfetta rappresentazione in termini di cromie: a ogni storia è assegnata una palette di 5 colori, quindi 20 in totale a definire il ColorForward® per l’anno successivo. Nascono così, da una ricerca lunga un anno e un campo di indagine globale, le Color Stories che narrano i Color Trend del 2020.

Su una scia cromatica che trova punti di contatto con il ColorForward 2019 – dove emergeva un maggior senso di positività e determinazione riflesso in colori più vividi e puliti – si innesta la palette 2020, che abbandona nuance neutre a favore di toni forti, vivaci e freschi, a rappresentare lo status conflittuale e la conseguente ricerca di equilibrio della società.

C’è l’uomo infatti al centro del tema care-LESS, la cui sensibilità empatica alle notizie e alle catastrofi mondiali è messa in discussione; dimensione personale che è stravolta in Genevolution, tematica che fa emergere il tema della biochimica e delle mutazioni genetiche permesse dalle nuove tecnologie scientifiche. Non manca un focus sul digital, predominante nella quotidianità fino a diventare invasivo e condizionante nei sistemi di rating comportamentali; mentre la società sembra ‘bloccata’ in tale progresso tecnologico, aziende avveniristiche si preparano ad abbattere confini di tempo e spazio, verso la conquista dell’universo. Se ne parla rispettivamente in in Eye am watched e Be Right There.

A farci da guida in questo viaggio – concesso in esclusiva a IFDM e ripartito in un duplice episodio stagionale nelle due pubblicazioni – Judith van Vliet, ColorWorks® Designer e leader del team ColorForward®.

Ecco le prime due storie

 

Prima storia: care-LESS

Attacchi terroristici, incidenti, disastri naturali, guerre civili, scandali politici… Quanto questi fenomeni ci colpiscono ancora emotivamente? Risponde a questo interrogativo il titolo della storia: “importa, ma meno”. Meno rispetto a un passato quando un attacco di Al Qaeda ci scioccava, quando il climate change ci spaventava, quando ancora non eravamo bombardati quotidianamente da informazioni negative che invece oggi ci hanno reso immuni a tali tragedie, desensibilizzati, inattivi. ‘Meno’ anche quantitativamente: ne è infatti derivato un fenomeno di ‘empatia selettiva’, una reazione per cui tendiamo a filtrare e selezionare solo una parte delle notizie che riceviamo quotidianamente e per le quali provare una reazione emotiva, al fine di salvaguardare il nostro benessere mentale.

Chris Marlow, fondatore di Help One Now e autore del libro Doing Good is Simple: Making a Difference Right Where You Are, parla di ‘compassion fatigue’, ‘fatica da compassione’. Una ricerca dell’Università di Sussex ha dimostrato come i nuovi online media arrivino perfino a cambiare i nostri mood in negativo, in ansia e tristezza. Moderare le emozioni con apatia è quindi una reazione sana, interpretata visivamente dalla Storia con il cactus che ne è il simbolo, con le sue spine che tengono a una giusta distanza.

Una soluzione all’intero problema arriva proprio da un’altra università, Yale, che ha lanciato il corso “Psychology and the good life” – il più frequentato nei suoi 300 anni di storia – che insegna come vivere meglio e più felicemente: in soli due giorni dal lancio, il corso gratuito online ha riscosso 90mila iscritti! Un tema, quello dell’insegnamento della felicità, sviluppato parallelamente dall’altra parte del mondo, in India. A Chennai entro il 2020 sarà ultimato il primo istituto scolastico che intende far imparare ai bambini come essere felici e compassionevoli, prima di trasmettere competenze e conoscenze; la Riverbend School non avrà quindi classi e materie tradizionali (sono incentivate arte, meditazione e sport), e perfino la struttura architettonica del campus è progettata per rispondere a tale fine ultimo: ricalca infatti la dimensione urbana di un villaggio che – secondo uno studio di Harvard – agevola i rapporti forti, con famiglia e amici, i quali aiutano a vivere più felici.

Cromaticamente questa tendenza si traduce in una palette dagli accenti forti, attenuata dal verde menta soft di Hug me not, colore stesso del cactus. Il concetto di ‘empatia selettiva’ è tradotto da Sensorial gate, un rosso tenue e trasparente nella proposta materica della texture, a simboleggiare la nostra mente e il processo di selezione dell’informazione a cui si predispone, prima di arrivare in overflow di notizie negative: status rappresentato dal verde intenso di Full.Stop. Il giallo luminoso di Unshockable, se fino ad oggi avrebbe rimandato a un segnale di attenzione, dal 2020 perde la sua forza d’attrazione, esattamente come la nostra capacità di stupirci di fronte alle notizie, fino a diventarne paralizzati: ecco allora l’azzurro ghiaccio di SQUIRREL!

 

Seconda storia: Be Right There

Si lascia il quotidiano per proiettarsi in una dimensione più futuristica. Questa Storia racconta il desiderio connaturato nell’uomo di varcare i limiti conosciuti, quelli di spazio e velocità in primis, che grazie alle nuove tecnologie e scoperte in ambito scientifico dal prossimo anno vedrà raggiungere notevoli traguardi.

Nel 2020 sarà infatti commercializzato il primo hyperloop, treno a levitazione magnetica in grado di viaggiare fino a 1200Km/h dentro dei tubi a bassa pressione. Con Hyperloop One sarà possibile viaggiare tra Dubai e Abu Dhabi in soli 12 minuti. In dirittura d’arrivo anche l’hyperloop ideato da Elon Musk, che collegherà Los Angeles e San Francisco. Se le barriere del tempo sembrano infrangersi, ancor più quello dello spazio, sull’onda di una rinvigorita euforia per la conquista dell’universo, ma in gara non ci sono più le grandi Nazioni, bensì aziende private che cercano il modo di rendere i viaggi spaziali più ‘economici’ e accessibili a favore di uno ‘Space Tourism’. Protagoniste dell’impresa sono Virgin Galactic, fondata da Richard Branson (proprietario della Virgin) mosso dal desiderio di portare i turisti nello spazio per puro ‘leisure’; la Blue Origin di Jeff Bezos (fondatore di Amazon) che sostiene l’idea ancora più estrema che l’umanità debba diventare multiplanetary per poter sopravvivere: la Terra deve quindi essere destinata a uso residenziale, lo spazio e gli altri pianeti al manufacturing; infine, Spacex di Elon Musk, da sempre affascinato da Marte, la cui più recente conquista è legata al Rocket booster retrieval.

Senza attendere troppo, è già possibile avere un assaggio dell’esperienza spaziale all’interno dell’esclusivo Airbus A310 Zero-G dell’European Space Agency, che effettua voli parabolici tali da simulare la microgravità che provano gli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

Questa “corsa allo spazio” solleva il quesito: “A chi esso appartiene?”, ma anche: “Chi è responsabile di tutta la spazzatura orbitale derivante da tali esplorazioni?”. Si stima che in orbita gravitino ventinovemila detriti di oltre 10 cm di diametro che schizzano attorno alla Terra alla velocità di 28.000 km orari, che diventa un fattore di pericolo per tutti i futuri viaggi nello spazio. L’artista olandese Daan Roosegaarde ha creato il progetto Space Waste Lab (in collaborazione con l’ESA) per porre l’accento sulla tematica; la sua installazione realizzata con fari led illumina la volta celeste per tracciare il percorso dei detriti in tempo reale.
Non stupirà quindi trovare colori concettuali quanto la Storia che rappresentano, tra intensi blu e toni energetici, a evocare l’astratto e l’immaginario allo stesso tempo.

Torna in auge l’arancio in una sfumatura ‘vibrante’ – dopo le nuance più tenui e ‘bruciate’ dello scorso anno – con Blastoff, a richiamare il lancio dei razzi spaziali; ecco un’immancabile blu scuro, che infonde serenità e tranquillità, denominato Find your Karman in omaggio alla linea di Kármán che a un’altezza di 100 km sopra il livello del mare segna convenzionalmente il confine tra l’atmosfera terrestre e lo spazio esterno; oltre ad essa, si colloca lo space junk, identificato cromaticamente dal grigio antracite di The junky Zone. A esso si contrappone il verde sintetico di Paradise this, visionario e progressista quanto l’idea di Jeff Besos che vorrebbe rendere la terra un nuovo ‘paradiso’. E infine, il lilla argenteo di The swooossh commuter, chiaro riferimento alla tecnologia e alla prossima invenzione dell’hyperloop. A ricordarci che il futuro è sempre più vicino.