Di unicità, contaminazioni e radici

The Jaffa Hotel: il lascito di una storia millenaria raccontata attraverso il filtro minimal dall'architetto inglese John Pawson

The Jaffa Hotel
The Jaffa Hotel
SCHEDA PROGETTO

Owner: RFR
Hotel operator: Marriott The Luxury Collection Hotels & Resort
Architectural design: John Pawson, Ramy Gill
Interior design: John Pawson
Furnishings: B&B Italia, Cappellini, Carlos Motta, Getama Danmark A/S, Thonet, Unopiù
Photo credits: Sharon Derhy, Amit Geron

Situata su un piccolo promontorio a picco sul mare, a sud di Tel Aviv, Jaffa porta con sé una storia di conquiste, glorie e prosperità, ma anche una lunga serie di distruzioni e un lungo periodo di profondo oblio. Con il tempo, per la sua unicità e il netto contrasto con la “città bianca”, nonostante la prossimità e l’appartenenza alla medesima municipalità, Jaffa è divenuta da periferia a luogo dove abitare per artisti e cultori dello stupefacente labirinto, non solo fisico ma anche temporale, nel quale è scritta la sua identità molteplice.

Parte di questa stratificazione secolare si può ammirare nell’incredibile e nuovissimo hotel ricavato in un edificio neoromanico fatto erigere nel XIX secolo per ospitare un ospedale francese, e prima ancora un convento, nel dedalo di viuzze acciottolate che conducono verso il porto. Si chiama The Jaffa – di fatto il primo hotel in Israele della famosa catena newyorkese Marriott The Luxury Collection Hotels & Resort – ed è frutto del meticoloso restauro firmato dall’architetto londinese John Pawson, in collaborazione con un team di esperti guidato dall’architetto locale Ramy Gill.

La struttura a cinque stelle conta 120 camere a cui si aggiungono 32 unità abitative extra lusso realizzate in un nuovo edificio attiguo, tutte con accessi indipendenti e la possibilità di fruire dei servizi dell’hotel, tra cui una piscina nel cortile interno, spazi lounge, un centro fitness all’avanguardia, una spa e due ristoranti. Nell’intero complesso si vive la bellezza delle differenze in un’atmosfera rarefatta che narra di unicità e contaminazioni, di passato e contemporaneità. Pawson, senza perdere di vista il principio di sottrazione che rimanda al tanto caro ideale di rigore ed essenzialità, alla carica semantica dell’architettura giustappone arredi fortemente iconici e colorati.

Nella cappella ottocentesca, sottoposta a un meticoloso restauro che ne ha preservato gli interni di marmo, gli attributi decorativi, le vetrate policrome e le superfici di arenaria, è stato per esempio allestito il lounge bar con le mitiche sedie Botolo a tre gambe di Cini Boeri, il bancone in corrispondenza dell’altare e le gigantografie in bianco e nero dei divi degli anni Cinquanta al posto dei paramenti sacri. Persino nella lobby ottenuta nella nuova costruzione i resti di un muraglione eretto dai crociati nel XIII secolo socializzano con alcune icone firmate da Shiro Kuramata e Pierre Paulin, e con la grande tela dell’eccentrico Damien Hirst.

Le camere sono permeate da una calma quasi monacale, uniformate da tinte chiare e dagli alberi da frutto fotografati dall’artista israeliano Tal Shochat che sottendono l’omaggio al patrimonio (anche) agricolo della zona. Nella parte storica, fasci di luce tagliano gli ambienti bianchi e beige sottolineandone i muri e le volte, mentre nelle residenze del nuovo corpo la ricercatezza minimal e nordica di Pawson si scalda filtrata dalle maglie delle schermature metalliche abbinate alle grandi finestre che rimandano, nelle geometrie e nella funzione, alle tradizionali mashrabiya.