Positive vibes

Ha imparato dai grandi Maestri ed è divenuta ora lei stessa modello e icona del design dell’ultimo decennio. Patricia Urquiola fa scuola nel design e nell’architettura secondo un approccio dove logica ed emozione sono i due volti imprescindibili del processo

Patricia Urquiola - photo © Patricia Parinejad
Patricia Urquiola - photo © Patricia Parinejad

Un curriculum vitae che parla da solo. Classe 1961, è cresciuta con i Maestri – Achille Castiglioni, Eugenio Bettinelli, Vico Magistretti, Piero Lissoni –, il suo nome compare accanto alle principali aziende dell’arredo – Moroso, Agape, Mutina, Kettal, Molteni&C, B&B Italia, Kartell, Andreu World, Haworth, per citarne alcune. Si divide tra design e architettura, ma anche allestimenti e installazioni. Non ultima, l’Art Direction di Cassina.

Sono racconti biografici anche i suoi progetti, da cui traspare la forte identità del suo autore, che sa combinare con suprema delicatezza un approccio logico e razionale a un profondo senso emozionale. Una personalità ‘cangiante, in evoluzione’ come la sua concezione degli oggetti e dello spazio, a cui si adegua con straordinaria malleabilità finalizzata a un costante superamento, tesa a sterminati orizzonti del possibile. Una personalità dall’energia palpabile e contagiosa, policroma come la tavolozza da cui attinge per dipingere il mondo dell’arredo.

Cassina @ IMM Cologne 2018
Photo © Stefano De Monte

Cassina secondo il suo Art Director…
Sento spesso dire “Cassina è un classico”, ma ‘classico’ è un termine relativo e anche un po’ sbagliato. L’azienda da 90 anni si intende di design, il che significa parlare con persone che hanno l’idea di progetto, con cui condivide lo stesso entusiasmo per il progetto, non solo dal punto di vista commerciale ma nel senso più ampio: progettare inteso come ‘uscire dalla comfort zone’ e dedicarsi a qualcosa il cui risultato è imprevedibile e che nasce dal dialogo con persone bellissime; Cassina è un’azienda che ha attraversato dei cambiamenti sociali importanti riflettendoli nella propria storia, generando così tante narrazioni e percorsi. È un classico perché conserva prodotti intramontabili, come il Maralunga di Vico Magistretti o La Rotonda di Mario Bellini; e con il suo archivio di oltre 600 pezzi ha rimesso in gioco oggetti con una poetica contemporanea, che non significa solo cambiare vestito, bensì lavorare sulle tecnologie per rendere l’oggetto più sostenibile e più logico. Parallelamente, dobbiamo procedere per realizzare altri prodotti interessanti e proporli nella maniera più corretta, e questo è tutto un altro argomento. C’è quindi questa doppia velocità e preoccupazione che rende il lavoro doppiamente complesso. Per me è quindi un grande onore e una grande responsabilità.

Showroom Cassina, Milano

Quale percorso sta sviluppando a favore di questa ‘poetica contemporanea’?
Credo che le cose serie vadano affrontate con un approccio leggero. Così continuiamo a festeggiare i 90 anni di Cassina, anzi “9.0”, una metafora dell’implementazione digitale. 9.0 richiama qualcosa di aperto al futuro. Stiamo quindi ragionando sul colore, i materiali, gli spazi, su come far vivere i progetti in maniera diversa dialogando con nuovi designer come Konstantin Grcic, i fratelli Bouroullec, Patrick Jouin; stiamo lavorando anche sull’azienda, a partire dal restyling della sede, e ora sugli showroom: mi piace che in questi spazi espositivi ci siano pezzi importanti, ognuno con la propria energia, per allestire dei set che parlino e creino un racconto; le persone qui non devono trovare solo oggetti, ma devono percepire un nuovo concetto di abitare, come noi lo pensiamo, ossia ‘evoluzione’.

Progettare è raccontare: lei cosa racconta?
La narrazione di ogni progetto cambia di volta in volta. Achille Castiglioni parlando di design diceva “puoi fare quello che vuoi, raggiungere tutti i compromessi, seguire i processi con difficoltà, ma c’è sempre un elemento fondamentale del progetto”, e lui ci credeva. Quando ci interrogava all’università chiedeva sempre: “Qual è l’elemento fondamentale di questo progetto?” e noi andavamo in tilt, sebbene fosse una frase così semplice. Su questo non ci sono compromessi. Tuttavia ci rapportiamo a tanti modi di vivere, quindi anche il mio modo di lavorare può inserirsi in contesti differenti.

Room Mate Giulia, Milano

Room Mate Giulia, Milano

Nella progettazione del Room Mate Giulia a Milano, ad esempio, mi sono fatta guidare dalle gioie delle mie memorie sulla città, in maniera un po’ ironica; uno spazio d’epoca dove si è immersi come in tante fantasie e ricordi personali. Differente è invece l’hotel Il Sereno realizzato sul lago di Como, dove a chi mi chiedeva “quale palette usare” rispondevo “nessuna”: l’unica ammissibile era la pietra, il legno, il verde, e così i colori sarebbero entrati da soli. Non andava inserito altro. Ci sono progetti dove è molto forte il concetto della materia, del colore o del gioco, altri dove invece scoprire la struttura è fondamentale. Bisogna sempre capire qual è l’intento della progettazione e tornare sempre a quel preciso punto. È quello che poi ti offre molta libertà d’azione. Io sono aperta a tutto e a tutte le influenze e questo si riflette nei miei progetti.

Il Sereno, Como
Photo © Patricia Parinejad

Quanta libertà è concessa o, al contrario, quali limitazioni?
Io non conosco il concetto di limitazione. O meglio, non penso in questi termini. Cerco di lavorare con persone con cui ho un intento in qualche modo comune, o perché si affidano molto a me o perché hanno una visione molto simile alla mia. È già difficile così! Accetto i compromessi se sono logici nel processo.  È quindi importante capire con chi si lavora e avere la mano salda per portare avanti il progetto. Ci vuole determinazione anche solo per alzarsi la mattina, vivere e fare cose e avere una visione positiva, a fronte di tutte le informazioni che ci circondano. Trovo che ormai ci sia una distopia galoppante: per questo occorre mantenere un processo utopico nella testa, per desiderare di trovare continuamente percorsi belli. L’utopia è in realtà una terra che non c’è ma può essere considerata un orizzonte, sempre esposto, che ti porta avanti e a cui tendere, sebbene tutto attorno sia denso e problematico. Occorre avere questa visione e occorre condividerla.

Mandarin Oriental, Barcellona

C’è logica nel suo progettare, ma traspare anche molta emozionalità…
Abbiamo sempre creduto che siamo esseri pensanti che hanno emozioni: alcuni recenti studi neurologici sostengono invece che siamo esseri emozionali che sono anche pensanti. Questo è importante da capire: la memoria è emozionale, così come l’intelligenza che alla fine sempre collegata alla memoria. Questo cosa comporta? Che dobbiamo aver meno paura di inglobare queste valenze emozionali nel nostro fare. Molti architetti pensano che avanzando con nuove strutture sempre più tecnologiche e complesse, avanzi l’architettura. Ma si riconosci che un’architettura è tale perché possiede una certa componente cromatica, perché la luce funziona esattamente in quel posto, perché possiede un plus in più, perché c’è magia. Si genera un senso così profondo da unirci alle architetture più arcaiche. Spesso come donna tendevo ad allontanarmi dai termini come ‘emozione’ ed ‘emozionalità’ perché temevo mi affibbiassero certi stereotipi sulla femminilità; ora con gli anni ci rido sopra, poiché ho a che fare con tanti processi intellettuali e ho un ruolo professionale complicato, dal quale però mi salva sempre questa mia grande libertà mentale, il lasciarmi emozionare in quello che faccio, sentire i luoghi che sto facendo.

Cassina @ Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Photo © Omar Sartori

Qual è allora il fine del progettare l’ospitalità?
È generare esperienze che le persone si portano a casa. Viaggiamo in molteplici maniere – un hotel cittadino avrà un pubblico più turistico, mentre un resort genera tutt’altra esperienza. Progettando occorre quindi non solo entrare in rapporto con il budget, ma soprattutto con il luogo e con le sensazioni che si intende trasmettere. Lo spazio va ragionato nelle tre coordinate spaziali, ma va considerata ance la quarta che è il tempo, la quinta e la sesta, ovvero l’uomo e dopo di lui il rapporto con il mondo. La quantità di coordinate è infinita! Bisogna pensare gli oggetti e gli spazi non come definiti, perché sono ‘cangianti’, vanno cambiando, si evolvono nel tempo, con l’uso o nel rapporto con la luce. Il mio intento è creare processi empatici e tentare di cambiare la mentalità di un cliente, come è avvenuto per il Mandarin Oriental di Barcellona, un hotel molto tradizionale che abbiamo rinnovato con un approccio contemporaneo la cui proprietà ha apprezzato tantissimo. Quando le persone ti chiamano perché hanno voglia di condividere con te un cambiamento, quando c’è una parte di sperimentazione e superamento, allora lì si incontra la mia logica e si può parlare di lavori di qualità, indipendentemente dal budget; una qualità che corrisponde ai tempi. Una volta nel food si parlava di qualità a proposito di ricche salse e di ricette molto lavorate; oggi corrisponde agli ingredienti a km zero, agli ortaggi che lo chef coltiva sul tetto o fuori dalla città nel suo jardin potager e ti offre queste proposte culinarie con una semplicità e un processo curioso, innovativo. Su questo versante la gente ha già capito il cambiamento. Lo stesso deve avvenire anche nella percezione della qualità degli spazi pubblici e io lotto per questo.

Photo © Marco Craig