Le diverse anime del Central Embassy

Legato architettonicamente da una struttura continua, il Central Embassy di Bangkok abbraccia le sue numerose vocazioni in un incrocio di luoghi, prodotti e persone. Retail innovativo e contaminazioni di ambienti si concentrano nei piani inferiori all’interno del progetto Open House, mentre l’ospitalità lussuosa del Park Hyatt punta a livelli sempre più alti

Infinity Pool Terrace, Central Embassy © Hufton Crow

Bangkok è senza dubbio una delle più attraenti, e complesse, capitali asiatiche. Enorme, inquinata, straordinariamente viva. Non più solo “una distesa di brune case di bambù, di stuoie, di foglie di uno stile architettonico fatto di vegetali, sorta dal suolo bruno sulle sponde del fiume fangoso”, come la descriveva Conrad nella sua Linea d’Ombra a fine Ottocento.

Ma metropoli alta e bassa, magmatica, nei cui interstizi non riesce ad arrivare molto spesso neppure il vento. In cui il clima tropicale forza le temperature al limite della tolleranza e la densità della popolazione rende difficile la creazione di aree praticabili all’aperto. Rispetto tuttavia alla smania cantieristica delle altre città asiatiche, dove alle intuizioni statiche corrispondono spesso linguaggi temerari, a Bangkok finora le nuove architetture si sono ritrovate a interagire più per analogia che per differenza. Tra questo torreggiare di geometrie similmente elementari, una delle eccezioni si chiama Central Embassy: interferenza sinuosa che si srotola, iridescente, per trentasette piani.

Central Embassy © Hufton Crow
Central Embassy © Hufton Crow
Central Embassy © Hufton Crow

Un’entità architettonica coesa, ma a uso misto, che nel movimento ingloba il “podio” dedicato alle attività commerciali e alla creatività, per poi svolgersi, come una vera e propria bobina di alluminio, attorno a due cavedi che la attraversano verticalmente aprendosi sui giardini e sulle terrazze a gradoni del Park Hyatt. Albergo quest’ultimo che, con le sue 5 stelle, si estende fino alla sommità della torre occupando ben 27 piani dell’edificio. Il progetto, firmato dallo studio dell’architetto inglese Amanda Levete, mutua il nome dal sito in cui sorge, l’ex sede dell’ambasciata britannica, lungo la principale arteria commerciale. La facciata del Central Embassy trova ispirazione nelle texture e negli intricati modelli dell’architettura tradizionale tailandese, rielaborati attraverso innovative tecnologie di progettazione digitale. Essa è rivestita da 300.000 moduli tridimensionali in alluminio, ciascuno con due superfici riflettenti e distribuiti in modo che l’articolato gioco della luce e del riflesso dia origine a un effetto moiré lungo i vari profili.

Open House

Le molte anime contenute nel complesso Central Embassy si evincono e confondono nella vocazione commerciale e sociale di un programma insito nel nome stesso: Open House. I primi sei piani incoraggiano acquisti, creatività e convivialità distribuendo su una superficie complessiva di 4.600 mq Eating Deck, Eat by the Park, Siwilai City Club, Open House Bookshop by Hardcover, Co-Thinking Space, Art Tower, Design Shop, Open Playground and Diplomat Screens Embassy by AIS, che si traducono in ristoranti, bar, librerie, aree gioco per bambini, iconici spazi retail e di co-working.

Siwilai City Club

Lo studio Klein Dytham Architecture, che ne ha concepito gli spazi, ha caratterizzato Open House come un percorso fluido dal disegno minimale ‘illuminato’ dall’estetica modernista, in cui ricorrono elementi organici e vegetali, una scala umana familiare (ma ovviamente anche mobili), alti interpiani affacciati su corti centrali e un bianco dominante spezzato sul soffitto dagli specchi e dal decoro realizzato con 9.600 foglie dipinte a mano. Inoltre, ciascun ristorante è mappato da grandi elementi totemici che si diversificano nella grafica dei rivestimenti lignei, assolvendo sia alla caratterizzazione dei locali, sia al mascheramento di tubature, condotti e cappe.

Park Hyatt, Bangkok
Park Hyatt, Bangkok

Gli interni del Park Hyatt hotel, di cui si è occupato invece lo Studio Yabu Pushelburg, confermano l’attenzione per i dettagli costruttivi. E il design, pulito e sobrio, predilige una tavolozza morbida e neutra che ammette esclusivamente il nero sotto forma di dettaglio sintetico. Le 222 camere, contando anche le 32 premiere suite, hanno mediamente metrature generose e tutte finestre cielo-terra con vista sui giardini del Nai Lert Park. Un’accogliente reception, un bar e terrazze panoramiche sono raggiungibili dalla hall, arredata con le poltrone Guscio disegnate da Antonio Citterio per Flexform. Poiché l’arte rappresenta per la lussuosa catena statunitense uno dei fili conduttori che da sempre li caratterizza nel mondo, sono state integrate negli spazi comuni due installazioni dell’artista giapponese Hirotoshi Sawada.

Pagoda Mirage by Hirotoshi Sawada at Ballroom

Entrambe sospese nello spazio, una utilizza centinaia di piccoli elementi conici color rame per evocare il riflesso di una pagoda sull’acqua, l’altra sottili asticelle nere che sfrangiandosi tratteggiano la sagoma di un mitico dragone.

Client: Central Retail Corporation
Hotel Operator: Park Hyatt
Architectural design: AL_A Amanda Levete
Architect of record: Pi Design
Interior design: (Open House) Klein Dytham architecture, (Hotel) Yabu Pushelberg
Furnishings (Hotel): Flexform
Lightings: Isometrix/Inverse
Façade contractor: Permasteelisa
Branding: Avokro
Hotel opening: 2017
Photo Credits: AL_A Amanda Levete /Hufton+Crow, Park Hyatt Bangkok/courtesy of Park Hyatt, Yabu Pushelberg/Virgile Simon Bertrand, Open House/courtesy Central Embassy