Intervista a Ferruccio Laviani

Dalla nebbiosa campagna lombarda alle città di tutto il mondo, attraverso un percorso segnato da culture letterarie e musicali, tante contaminazioni e consapevoli inquinamenti: un designer indie, anticonformista, avvezzo alle passioni e generoso

Photo © Simone Segalini

Lei ha studiato artigianato liutario e del legno, un segno del destino? 

Il legno è stato il primo materiale con cui sono entrato seriamente in contatto quando mi sono iscritto alla Scuola di Liuteria a Cremona; la scuola aveva un indirizzo che insegnava come disegnare i mobili e ho l’ho scelto. Alla fine del percorso triennale è stato inserito un biennio classico che dava la possibilità di accedere all’università e mi sono iscritto alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano.

C’è qualche traccia degli anni di scuola superiore che ricorda con piacere?

Ci sono due fatti che ricordo con molto piacere. Il primo è legato all’incontro con Achille Castiglioni che venne a Cremona per fare una presentazione: vidi da vicino un personaggio che mi sembrò sopra le righe e mai mi sarei immaginato che avremmo lavorato insieme, arrivando addirittura a firmare a 4 mani un lavoro per Moroso (la poltrona 40/80 del 1999 ndr). L’altra traccia importante arriva dal biennio classico che mi ha consentito di entrare in contatto con la letteratura che non conoscevo. Proust, Kafka e i Poeti Maledetti mi sono rimasti impressi e probabilmente in qualche collezione (vedi La Recherche per Fratelli Boffi) ogni tanto riemergono.

Nello scorrere dei suoi anni professionali ci sono altre ‘arti’ che l’hanno influenzata?

Per nove anni ho fatto avanti e indietro dal Brasile e la cultura portoghese mi ha conquistato, amo la musica e ho fatto il DJ. L’approccio che oggi cerco di avere con le aziende mie clienti è lo stesso che ho avuto nei confronti della musica quando da passione è diventata anche un lavoro: il costante – e faticoso – sguardo oltre i confini dei gusti personali è un esercizio che cerco di fare quotidianamente.

È stato art director di numerosi brand dell’arredamento e dell’illuminazione: cosa mette in un ipotetico bagaglio da cui non si separa mai?

Ci sono stati degli incontri fondamentali nella mia vita: oltre a Castiglioni penso a Sottsass e De Lucchi con il movimento Memphis e Antonio Citterio per avermi insegnato cosa significa essere un art director innovativo. Nel campo delle esperienze lavorative sicuramente Maddalena de Padova, con cui ho lavorato 12 anni e che mi ha insegnato cosa significa il retail: la ricordo come una delle donne più ilari che io abbia conosciuto. E poi 12 anni di Flos, 25 con Foscarini, 28 con Kartell e oltre 20 con Molteni | Dada: sembra che io abbia più di 80 anni, in realtà ne ho 55, ma ho avuto l’incomparabile fortuna di aver lavorato in contemporanea con molti di questi brand e con i designer di cui ho parlato prima.

Trade, teatri, musei, prodotti: interior o designer?

Mi piace l’interior quando posso raccontare delle storie e rendere riconoscibile un brand; il concept degli showroom di Dolce & Gabbana e il sempre vivo progetto retail di Kartell credo siano degli esempi di quello che amo progettare. Continua a piacermi il mobile cosiddetto classico a cui cerco di accostare una mia tendenza per la provocazione ironica: con Fratelli Boffi, per esempio, è interessante riscontrare un pubblico che apprezza la classicità delle lavorazioni e un altro che invece è attratto da qualche forma fuori dagli schemi.

Progetti in arrivo?

Tanti… potrei dire “i soliti”: continuano le collaborazioni con i flagship store Society (tessuti per la casa) e con molte delle aziende prima citate. Una nuova collaborazione è nata con Londonart, un’azienda italiana che fa carte da parati e per la quale ho disegnato la collezione Shine On che è stata presentata a Maison&Objet di Parigi. Non ho sogni nel cassetto, ho la fortuna di poter fare quello che mi piace; ci sono imprenditori che ascoltano con le mie idee e mi seguono, in questo senso l’esempio più calzante è Emmemobili che da terzista del curvato è adesso ha una sua collezione. Il sogno nel cassetto te lo regalano le aziende che il cassetto te lo aprono e ti permettono di fare quello che hai in mente.

L’esordio nel mondo del design di Ferruccio Laviani: la seduta 40/80 ideata per Moroso nel 1999 insieme al suo maestro e icona della progettazione Achille Castiglioni
La lampada a sospensione Kabuki, progettata da Ferruccio Laviani per Kartell e presentata a Euroluce 2017. Kabuki è una linea di corpi illuminanti completata da modelli da terra e da tavolo
L’estro di Ferruccio Laviani non parla solo al mondo dell’arredamento e dell?interior: ecco le forme pensate per Paradis, il top di gamma dei cognac prodotto da Hennessy